18 Mag Proposta di omelia per la Domenica di Pentecoste – anno A – (24 maggio 2026)
LO SPIRITO DI DIO
(At 2,1-11; 1Cor 12,3-7.12-13; Gv 20,19-23)
La Pentecoste è il battesimo della chiesa. Alle pendici del Sinai si costituiva il popolo dell’alleanza; nel cenacolo viene consacrato il nuovo popolo di Dio. Comuni uomini diventano collaboratori dello Spirito, ministri di salvezza. Un regno di sacerdoti, direbbe l’autore dell’Esodo, un popolo di santi (Es 19,20). Essi non si sono raccolti in forza di una loro determinazione, ma di una chiamata dall’alto a cui hanno risposto. Conta la loro intesa, ma soprattutto la loro comunione con Dio, con Cristo e con il suo Spirito.
La chiesa vera è quella invisibile, mistica, che nasce dai vincoli di fede e di amore che legano i suoi componenti.
Di essa è anima lo Spirito, cioè la potenza, la bontà di Dio diffusa in Cristo e nei suoi seguaci. Il corpo ecclesiale vive e si muove in virtù dell’azione del suo capo e dello Spirito che lo vivifica. Senza lo Spirito la chiesa è un corpo inerte; con lo Spirito è il prolungamento nel tempo del corpo di Cristo, plasmato anch’esso a sua volta e santificato dallo Spirito (cfr. Mt 1,18; 3,16). La chiesa che non fa posto allo Spirito di Dio diventa una raccolta di uomini, spesso litigiosi e arroganti. Lo Spirito, ricordava Paolo, contrasta con la legge; occorre l’inventività, la novità non il conformismo e lo staticismo.
L’unità del corpo non distrugge la molteplicità delle membra; i carismi non sono cancellati dall’’unico Spirito che li distribuisce. Sono essi che realizzano, al contrario, la missione e segnalano la vitalità del corpo. Senza carismi la comunità è monotona, chiusa all’inesauribile mistero di Cristo (cfr. Ef 3,18), alla ricchezza sconfinata della sapienza di Dio (Rm 11,33). Occorre ridar voce a tutti i componenti del corpo affinché si abbia modo di conoscere il volere ultimo di Dio, di Cristo e la via per attuarlo nella storia.
Prima lettura: «Pieni di Spirito Santo» (At 2,4)
La Pentecoste indipendentemente dal suo significato originario, era la festa che gli Ebrei celebravano cinquanta giorni dopo la Pasqua. Se quest’ultima era diventata un memoriale della liberazione egiziana, la Pentecoste solennizzava l’avvenimento del Sinai, la promulgazione della legge, l’alleanza, la costituzione del popolo d’Israele.
L’unità («tutti insieme») che sta tanto a cuore all’autore degli Atti, è la premessa per la recezione dello Spirito; la stessa concordia era nel popolo ebraico mentre si accingeva a stringere l’alleanza (Es 19,8). Il «rombo», il «vento», il «fuoco» sono elementi che non possono non rievocare la teofania del Sinai («i tuoni, i lampi, una nube densa, un suono fortissimo di tromba» Es 19,16-19; cfr. 20,18; Eb 12,18-19). Essi si ripetono ora nell’atto in cui sta costituendosi il nuovo popolo di Dio, il vero Israele. Se i fenomeni siano reali o simbolici, o segni narrativi è secondario; l’importante è l’irruzione dello Spirito di Dio nella vita dell’uomo e la sua inarrestabile risonanza nel corso della storia.
Non solo gli undici, ma «tutti» i componenti della comunità segnalati già in antecedenza («erano tutti assidui e concordi nella preghiera» – 1,14 -) sono oggetti dell’azione dello Spirito.
Il fuoco è simbolo dell’amore; esso è penetrante e divorante come la carità di Dio. Lo Spirito è in questo caso in evidente contrapposizione con la legge. La vecchia alleanza cede il posto alla nuova, scritta non sulle tavole ma nel cuore dell’uomo (cfr. Ger 31,31-33). I discorsi che gli uomini improvvisano, più che pronunciamenti sono manifestazioni carismatiche che prenderanno in seguito il nome di «glossolalie». Era un linguaggio di gesti più che di parole incomprensibile a chi lo proferiva e a chi l’ascoltava («sono ubriachi?»), ma che ognuno con l’aiuto di un interprete poteva capire nel modo più opportuno. E un segno della chiesa primitiva che Luca fa risalire a un influsso dello Spirito (cfr. At 10,46; 19,6; 1Cor 12,14). Ma si può anche legittimamente supporre che si tratti di un avvenimento straordinario: che gli apostoli abbiano parlato veramente lingue diverse, o che gli astanti abbiano avuto il privilegio di sentire nelle loro lingue quello che essi asserivano nella propria. Il lungo elenco delle nazioni è più profetico che storico: tutte sono destinatarie della parola di Dio e tutte sono chiamate a far parte del suo popolo.
La discesa dello Spirito riempie la «casa» ma più ancora i cuori, le menti degli uomini erano qui riuniti infrangendo i preconcetti da cui erano condizionati e soprattutto vincendo la paura da cui sono presi i loro animi.
La pentecoste segna la nascita della chiesa; Cristo è salito al cielo, ma al suo posto si muovono i suoi discepoli assistiti dal suo Spirito.
Seconda lettura «Uno solo è lo Spirito» (1Cor 12,4)
I doni dello Spirito, il modo di considerarli e di amministrarli sono il tema della «Lettura». Essi provengono da un’unica fon te e non possono, perciò, essere in contrasto tra di loro: mirano a un unico scopo, «l’utilità comune» (v. 7), cioè l’edificazione dell’unico «corpo di Cristo» (v. 27) che è la «Chiesa» (v. 28) di cui i singoli fedeli fanno parte come sue membra (v. 27). Il criterio per distinguere i veri dai falsi doni spirituali (pneumatika) è teologico o meglio cristologico. I pagani vengono da esperienze analoghe. Anche in certi loro culti si verificava un’infatuazione o esaltazione, solo che era verso idoli senza vita. L’autenticità dei doni si dimostra da quello che l’uomo dice (v. 3) e più ancora da quello che è spinto a compiere (cap.13).
Il vero Spirito non può uscir in bestemmie contro Gesù, ma solo in professioni di fede. Paolo prende occasione per ribadire una delle più antiche confessioni cristologiche (cfr. 1Cor 8,9; Fil 2,11), per ricordarla ai suoi destinatari. Quando è presente lo Spirito di Gesù non può non parlare bene di lui.
I carismi (charismata) sono grazie, favori accordati per il bene di tutti non per l’esaltazione di chi li riceve. Il contrasto è sempre tra la diversità, la molteplicità dei doni e la singolarità della fonte di provenienza (l’unico Spirito). I ministeri (diakoniai) che ricordano i servizi comunitari, fanno capo a Gesù Cristo, mentre le operazioni (energemata) che rievocano l’assistenza, le guarigioni, i miracoli (cfr. vv. 8,10), si riportano a Dio. Per Paolo lo Spirito, il Signore (Gesù) e Dio sono una stessa cosa, nel senso che costituiscono uno stesso principio e operano in una stessa direzione. Il corpo di cui parla al v. 12 è l’immagine con cui l’apostolo riassume o riporta all’unità la pluralità dei carismi. Questi non possono nuocere all’unità, come le varie membra non disturbano ma realizzano il composto umano. La stessa cosa si verifica nel corpo «di Cristo» che è la Chiesa di cui lo Spirito è l’anima. Questi è colui che la vivifica, la muove, la guida, la sostiene in tutte le sue svariate operazioni per portarla a realizzare il disegno di Dio nella continuità dell’opera avviata da Gesù Cristo.
Vangelo «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22) vedi Lectio
Il brano di Gv 20,19-23 si colloca nel quadro delle manifestazioni del Cristo risorto (Gv 20-21). La «sera» preannuncia la notte, l’avvicinarsi delle tenebre. Nell’assenza di Gesù queste sono sempre in agguato (cfr. 6,16; 13,30), ma ormai la storia ha preso un nuovo corso. Il «primo giorno» fa pensare a una nuova creazione. Gesù si era fatto vedere alla Maddalena, ma non ai discepoli, per questo hanno «paura» e sono a «porte chiuse». La situazione è reale e simbolica: riguarda la chiesa di allora e di sempre. La designazione «i discepoli» (con l’articolo) non si riferisce ad alcuni di essi (ai soli apostoli) ma alla totalità, a tutti quelli che si potevano onorare di tale appellativo. I «Giudei» non fanno più paura quando Giovanni scrive, ma vi sono sempre alcuni che hanno preso il loro posto.
Il clima di persecuzione, di ansietà serve anche a rendere più credibile l’esperienza che l’evangelista sta per riferire; l’incontro con il Cristo risorto non può essere frutto di immaginazione. Gesù è sempre «in mezzo» ai suoi; vive con essi (cfr. Mt 28,19-20). È questa la fede permanente della Chiesa.
La «pace» è la tranquillità in e con se stessi, la serenità d’ animo, che può scaturire solo dalla convinzione di avere Cristo vicino; per tal motivo è anche fonte di gioia. La predicazione pasquale ha fatto ricorso anche a particolari didattici (il tocco delle mani e del costato) per avallare l’annuncio della risurrezione. Il loro valore è soprattutto catechistico. I discepoli non sono con un altro Cristo, ma con colui che è vissuto e morto per la loro salvezza e per la salvezza di tutti.
Il messaggio della pace è ribadito («mando voi») perché essi sono inviati a trasmetterla agli uomini. Gesù ha avviato una missione: altri debbono portarla a compimento. Un rito (il soffio) accompagna le parole di investitura («ricevete»). Jahvé alitò sulla statua di argilla e ne venne un essere vivente (Gen 2,7). Tutti gli inviati di Dio (i giudici, i re, i profeti, il messia, la madre) sono uomini dello Spirito. Gesù ripete la stessa operazione sui discepoli ancora inebetiti dalla paura e fa di loro dei missionari zelanti. Bisogna rinascere nello Spirito, ha annunziato Gesù a Nicodemo (3,6). Il battesimo cristiano verrà amministrato con Spirito Santo, preannuncia il Battista (Gv 1,33).
Tali sono anche i discepoli di Gesù, in vista della missione che debbono svolgere nel mondo: liberare gli uomini dal peccato. Il «peccato» è per Giovanni (8,33) l’ordinamento ingiusto in cui gli uomini si trovano inseriti; i «peccati» sono le operazioni concrete (le ingiustizie) con cui si sancisce tale disordine. Rimettere i peccati equivale più a liberare, sciogliere, lasciar cadere, esonerare che perdonare. La comunità non è chiamata a pronunciare sentenze di innocenza o di colpevolezza, ma a portare avanti una lotta al male, al peccato, all’ingiustizia, in modo da trarre fuori, quindi liberare quelli che in qualsiasi modo vi fossero impigliati. Non è un’opera omiletica o didattica, ma pastorale.
«Li imputerete», lo stato pertanto di quelli che non credono è di rimanere nella loro situazione di peccato, e davanti a un tale stato di cose i cristiani non possono rimanere indifferenti, debbono ergersi a condannarlo, a farne ricadere la colpa su chi spetta.
Conclusione
Il peccato è dimenticanza di Dio, ma più ancora è dimenticanza di un disegno in cui tutti gli uomini trovano comprensione, dignità, rispetto, stima. La chiesa che lotta per l’instaurazione del regno di Dio e di Cristo, lotta anche per la piena promozione dell’uomo, per la sua liberazione da ogni forma di egoismo, ma anche di ingiustizia, di sopraffazione.
Lo Spirito è l’anima di tutta la chiesa, anche delle strutture, esse sono subordinate allo Spirito, come sono soggette alla parola di Dio. L’ubbidienza allo Spirito di Dio deve prevalere sull’obbedienza agli «uomini di Dio» (cfr. At 4,19).
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