07 Giu Proposta di omelia per l’11a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (14 giugno 2026)
IL DIO DELL’ALLEANZA
(Es 19,2-6; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8)
La Bibbia è il libro che rivela i risvolti segreti della storia umana. Dentro il percorso dei comuni eventi avanza un disegno che scoprirà pian piano le sue dimensioni. L’autore dell’Esodo ricorda che Dio è il primo protagonista di una vicenda che abbraccia individui e popoli, uomini e collettività: l’alleanza. Essa è stata più di una volta infranta, sottolineano i profeti, ma Paolo si affretta ad aggiungere e a precisare che è stata definitivamente rinnovata per mezzo di Cristo (cfr. 1Cor 11,25) e non rischia più di esser compromessa (Rm 5,9-19). L’uomo è salvo; un messaggio da trasmetterete di generazione in generazione e Gesù affiderà ai suoi discepoli una tale incombenza. Essi sono tutti coloro che aiutano i propri simili a tener lontani gli spiriti immondi, le malattie, le infermità… quando cercano di avvicinarsi (Mt 10,1.7-8).
Prima lettura: «Una nazione santa» (Es 19,6)
L’evento che sconvolge l’esperienza israelitica è l’alleanza. Il Dio che Mosè incontra alle pendici del Sinai e che non lascia avvicinare a sé l’uomo perché peccatore (Es 3,5), decide di stringere un patto di intesa, di cobelligeranza, e di mutua assistenza con Israele e tramite Israele con l’intera umanità.
Il berit (alleanza) è un termine corrente nell’Oriente Antico; le divinità assire e babilonesi sono anch’esse alleate dei re o dei popoli che rappresentano e guidano le sorti dei sovrani e delle nazioni. In Israele una tale esperienza trova la sua conferma e la sua piena esplicitazione.
Dio non abbandona l’uomo al suo destino, ma lo segue passo passo verso la meta che egli, creandolo, gli ha assegnato. Non sono due estranei, come sembrava far intendere l’autore di Gen 3,23-24 che relegava Dio all’interno del giardino e l’uomo ramingo fuori, ma impegnati nella ·realizzazione di un progetto che contempla il vanto, la gloria di entrambi, ma soprattutto di chi ne è sprovvisto, l’uomo.
Israele è il popolo di Dio, e Jahvé è il Dio d’Israele. «Il mio diletto è per me ed io per lui» osserva in termini analoghi la sposa del Cantico dei cantici (2,16).
Le funzioni che in un santuario svolgono i sacerdoti, il rapporto che essi vantano con le divinità riguardano l’intero popolo israelitico, meglio l’intera famiglia umana, che porta davanti a Dio l’appellativo onorifico di popolo sacerdotale, di nazione santa. Le alleanze terrene lasciavano i contraenti nel loro stato di origine, quella tra Dio e il popolo tende a trasfondere, a provocare nel più debole dei «contraenti» un arricchimento e una crescita, che cancella sempre più le distanze dell’uno dall’altro partner.
L’uomo che ha Dio per alleato non può essere soggetto a timori e paure; può essere solo inondato di grande sicurezza e pace.
Seconda lettura «Cristo è morto per noi» (Rm 5,8)
La salvezza passa attraverso la fede in Gesù perché proviene dalla sua azione salvifica. Paolo con buona parte della tradizione neotestamentaria legge ancora una volta in chiave sacrificale l’opera e soprattutto la morte di Cristo.
Sul piano storico Gesù non è che un profeta che ha pagato con la vita la dedizione al proprio mandato. Egli è morto in croce perché gli uomini che ha disturbato ve l’hanno innalzato. Se egli avesse desistito dall’«attaccarli» e dal colpire le istituzioni, l’ordinamento che faceva capo a loro essi, l’avrebbero lasciato in pace ed egli non sarebbe finito sul patibolo. Non si è arreso, non ha tradito la voce dello Spirito, ed è stato messo a tacere.
La sua morte è la memoria che si tramanda di generazione in generazione come la provocazione suprema contro qualsiasi forma di oppressione e di egoismo. Ogni adesione che raccoglie è un atto di fiducia nella sua causa, un impegno a portarla avanti.
Questa lettura storica della passione e morte del Salvatore è stata sostituita da una reinterpretazione liturgica in cui Gesù prende il posto dei vecchi sacrifici (dell’agnello e del capro espiatorio) e ne sublima l’efficacia. Davanti a lui c’è un Dio irato che attende di placarsi con il sangue di una vittima adeguata. Questa volta egli rimane «soddisfatto» perché si tratta del proprio figlio, la vittima eccellente che risarcisce, espia per tutte le offese ricevute. In Rm 3,21-26 appare già questa trasposizione confermata dal brano odierno 5,1-11 ma sono necessarie molte riserve prima di farla propria.
Vangelo «Sentì compassione» (Mt 9,36) vedi Lectio
Matteo riporta il discorso dal piano teologico (Rm) a quello storico. Gesù è un profeta itinerante preoccupato di annunziare la parola di Dio (l’instaurazione del regno e la conveniente accoglienza da fargli), ma contemporaneamente cerca di venire incontro ai bisogni spirituali e materiali degli uomini. Non passa indifferente davanti alla gente e non rimane estraneo alle loro malattie e infermità. Gesù è un banditore della parola che nutrisce le menti con le verità salutari, ma anche un taumaturgo, un terapeuta che cerca le cure opportune anche per le malattie del corpo (cfr. Mt 4,23). La folla lo commuove, soprattutto lo stato di abbandono, lo smarrimento spirituale in cui si trova. Israele non ha più i suoi pastori. Spesso i profeti avevano ricordato la loro carenza o il loro disimpegno (cfr. Ez 34). Ora sembrano mancare del tutto. Le guide spirituali erano diventate guide politiche (sacerdoti, sadducei) o trascendevano verso il fanatismo religioso (i farisei) (Mt 20,1-15). La vigna è del Signore dirà altrove, ora afferma che anche il campo dove già biondeggiano le messi è suo; occorre ricordarglielo affinché si prenda cura di mandare gli operai per il raccolto. L’ebreo non conosce la funzione delle cause seconde e rimette tutto l’andamento della storia, soprattutto della salvezza, nelle mani di Dio, senza pensare che questi l’ha affidata ai suoi collaboratori e aspetta che facciano la loro parte (cfr. Mt 20,1-15; 25,14-30).
La missione dei dodici si inserisce in questo contesto, ma il compito ad essi affidato, ribadito chiaramente più di una volta, è soprattutto umanitario. Non sono inviati ad annunziare dottrine straordinarie, nemmeno a risolvere il problema della giustificazione, che tormenta tanto Paolo, ma a compiere operazioni di bene. Se ad essi è conferito un potere (exousian) non è quello di sovrastare sugli altri (potere politico che Gesù ha rimosso dai suoi: Mt 20,28), ma di prendersi a cuore i mali dei propri fratelli (10,1).
La missione di Gesù è circoscritta per motivi tattici dentro i confini della Palestina; la stessa misura debbono adottare i discepoli nel loro primo invio, ma il programma è lo stesso di quello annunziato in precedenza, anzi esteso fino a comprendere altre categorie di infermi (i lebbrosi) e persino la risurrezione dei morti.
Conclusione
Il regno dei cieli che i discepoli di Gesù debbono annunziare, o realizzare, ha dimensioni innanzitutto terrene. Abbraccia una realizzazione in cui debbono scomparirvi i mali che più affliggono l’umanità. Ogni evangelizzazione che non abbraccia questo programma, che l’accantona o lo rimanda a un secondo, terzo tempo, non è più tale, non riprende l’opera di Cristo, non ripropone il suo messaggio.
Il regno dei cieli è cominciato con Gesù Cristo e attende operai solerti perché venga presto realizzato. Esso segna la fine del peccato, ma la trasgressione che precede tutte le altre non è tanto la dimenticanza di Dio, quanto dei propri fratelli bisognosi di perdono, ma prima ancora di salute, di comprensione, di amore.
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