Proposta di omelia per la 13a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (28 giugno 2026)

Proposta di omelia per la 13a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (28 giugno 2026)

IL DOVERE DELL’ACCOGLIENZA

(2Re 4,8-11.14-16; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42)

Il tema dell’ospitalità è forse quello che predomina nelle «Letture» odierne. Esso è tuttora attuale, specialmente ai nostri giorni. La tradizione biblica era esplicita al riguardo. Essa trova conferma e convalida anche nel Nuovo Testamento. L’israelita era abi­tuato ad accettare e soccorrere lo straniero che dimorava nella sua terra. «Non molesterai il forestiero», «non lo opprimerai», si legge nell’Esodo (22,20; 23,9).      .

Nella mietitura si dovevano risparmiare i margini del campo e nella vendemmia lasciare i racimoli e gli acini caduti «per il povero e per il forestiero» (Lv 19,1O). «Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese non gli farete torti; lo tratterete come colui che è nato tra voi; tu l’amerai come te stesso» (Lv 19,33). Il deuteronomista ricorda che Jahvé «ama il forestiero e gli dà pane e vestito» come «rende giustizia all’orfano e alla vedova» (10,18). Perciò la raccomandazione: «Amate. dunque il forestiero poi­ché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto» (Dt 10,19).

La possibilità di soprusi nei loro riguardi è sventata con un preciso: «Non lederai il diritto dello straniero» (Dt 24,17) e con un severo ammonimento: «Maledetto chi lede il diritto del forestiero» (Dt 27,19). La tradizione ebraica si offuscherà può darsi nell’esilio e post-esilio dove la filoxenia (amore al forestiero) si trasformerà in xenofobia (odio allo straniero) ma Gesù e la chiesa si preoccupa­no di riportare i fedeli agli antichi usi.

Prima lettura: «L’invitò con insistenza» (2Re 4,8)

Una figura femminile domina accanto al profeta Eliseo l’attuale racconto. Essa è nota per la sua ricchezza, ma anche per la sua religiosità e umanità. L’autore ricorda più le sue qualità che il suo nome, quasi per identificarla con esse.

L’ospitalità è sacra in Oriente, anche in Israele è sancita da un’antica tradizione (cfr. Gen 18,1-19,8; Gdc 19). La donna anche se ha un patrimonio a cui attendere trova tempo per avvicinare gli uomini carismatici che transitano nel suo villaggio e si sente in dovere di accoglierli nella sua casa. Non è un gesto di convenienza ma un’azione convinta. E se Eli­seo vi si ferma ogni volta che sarà nei dintorni, vuol dire che l’accoglienza che vi trovava era sincera e cordiale. Anche da parte della donna cresce la stima e la comprensione per «l’uomo di Dio», che ai suoi occhi si è rivelato un «santo». Nella sua educazione e sensibilità religiosa sente ora il dovere di approntargli una stanza sul piano superiore, segregata, ove potesse «ritirarsi» quando veniva da loro. È come un luogo separato dal profano, quindi sacro, in cui neanch’essa oserà entrare (v.13).

La donna è straordinaria. Il profeta vuol ricompensarla con qualche favore («raccomandazione» presso il re o il capo dell’esercito), ma ella protesta che vive insieme al suo popolo del quale condivide la sorte. È Giezi, il compagno di Eliseo, che ha scoperto il suo disagio per la mancanza di figli.

Ella non l’ha rivelato. Ma l’annunzio che le fa il profeta la riempie di tale gioia che stenta a credervi. Lo ritiene quasi una burla, anche se non osa attribuirla all’uomo di Dio. Ella rimane nella tradizione biblica la collaboratrice ideale della missione profetica.

Seconda lettura «Camminare in una vita nuova» (Rm 6,4)

La salvezza cristiana è sicura, garantita. Gli ostacoli che possono frapporsi (il peccato, la morte, la legge) sono stati obiettivamente eliminati dall’azione redentiva di Cristo (capp. 5-7) e tenuti lontani attualmente dalla carità di Dio e dall’operosità del suo Spirito presenti ormai nel cristiano (cap. 8).

Dei tre nemici della salvezza l’apostolo prende per il momento in considerazione la morte, intesa in senso totale, priva­zione della vita fisica e più ancora di quella spirituale. Questa è stata sconfitta da Cristo sulla croce (1Cor 15,55). Una vittoria che il credente ha fatto propria nel battesimo dove l’immersione nell’acqua segnava la fine della vecchia apparte­nenza, la morte pertanto dell’uomo adamitico e la riemersione annunziava la nascita alla vita nuova conseguita.

Questa trasformazione non è avvenuta automaticamente, ma in virtù della fede in Cristo e si mantiene in forza della medesima fede e della carità che unisce il fedele a lui.

Il battesimo è un rito, ma presuppone una scelta, una decisione, un impegno di ricalcare il programma di Cristo che ha accettato la condanna capitale per non tradire il mandato del Padre. Battezzarsi nella sua morte significa far proprie le ragioni per cui egli l’ha subita.

Ormai Cristo è la legge, il punto di riferimento del cristiano. Quel che in lui è avvenuto è definitivo, il passaggio dal­la morte alla vita. Tale è anche la condizione del credente.

Una volta rigenerato alla nuova vita attraverso il lavacro battesimale, non deve aver più paura di perderla. Non ci sono timori provenienti da parte di Dio, di Cristo, dal disegno salvifico, ma i pericoli possono ritrovarsi nel fedele stesso se desiste dal suo impegno. Per questo l’apostolo concludendo esorta il credente a tenersi in costante stato di morte (al pec­cato) per essere nel pieno, sicuro possesso della vita che è comunione con Dio e con Cristo.

Vangelo «Anche solo un bicchiere d’acqua» (Mt 10,42) vedi Lectio

Il brano fa parte del «discorso missionario» (Mt 10), una sintesi di raccomandazione ai dodici e a quanti proseguono la loro opera. La predicazione evangelica pone l’uomo davanti a scelte radicali, le più ardue e le più gravi a cui egli possa andare incontro. Le frasi «sono venuto a portare la spada più che la pace»

«sono venuto a separare» (v. 34) si spiegano solo nel contesto che segue, costituito dalla prima parte della pericope odier­na. Il passaggio alla fede cristiana poteva mettere il neofita in contrasto con i suoi familiari, contrasto che poteva rivelarsi irriducibile, soprattutto quando la vecchia fede riassumeva le tradizioni non tanto di una famiglia quanto dell’intero popolo a cui si apparteneva. Cambiare divinità significava tradire la stessa patria. Anche davanti a quest’alternativa il cristiano non poteva aver dubbi sul comportamento da assumere.

Al primo posto doveva rimanere sempre Cristo, anche con il pericolo di inimicarsi, di perdere i propri genitori o i propri figli. Poteva darsi addirittura il caso di compromettere anche la propria vita, bisognava accettarlo invece di rinunciare alla propria fede. «Prendere e portare la croce» significava soprattutto subire il martirio, sull’esempio di Cristo, che ha pre­ferito morire invece di venir meno al comando del Padre.

Quando l’evangelista scrive l’espressione ha un valore anche simbolico e richiama le prove, le contraddizioni, le sofferen­ze inerenti nella professione di fede cristiana.

Gesù non ha avuto una facile esistenza, tale sarà anche quella dei suoi seguaci. Non c’è discepolo più grande del suo maestro, ha ricordato poco sopra (10,24). Se non si ripercorre la stessa strada non si può dire di essere dalla sua parte, del numero dei suoi. Trovare e perdere la vita ha un valore relativo. C’è una conservazione che è perdita, c’è una perdita che è riordina­mento della vera vita. A parte il gioco delle parole, il senso è chiaro: risparmiare la vita nel momento presente a discapito del Vangelo significa perdere l’accesso a quella futura o eterna; al contrario farsi uccidere per tenere fede a Cristo è aprirsi l’adi­to alla vera vita con lui in cielo.

Il discorso missionario è una raccolta di testi vari, perciò si conclude alla fine con una raccomandazione sull’accoglienza. La chiesa delle origini vive momenti drammatici; le persecuzioni con le confische dei beni, le proscrizioni, gli esili e le fughe che comportavano, creavano un numero sempre rilevante di profughi che giungevano nelle comunità più sicure e bussava­no alle porte dei credenti più facoltosi. L’ospitalità era una virtù nota e praticata nel mondo antico, Matteo sente il bi­sogno di riproporla in questa e in altra occasione (cfr. 25,31-46) per la sua improrogabile urgenza. Le motivazioni dell’accoglienza sono innanzitutto umanitarie,

ma l’evangelista fa leva anche su quelle religiose. Gesù identifica la sua persona con quella del discepolo a cui si presta ospitalità. Egli fa causa comune con il suo seguace, come la fa con il Padre; pertanto ricevere un suo discepolo è come se accogliesse lui stesso e la persona stessa del Padre. Sono tutti sulla stessa linea, Dio, Cristo, il fedele: se si dà accoglienza a uno la si dà a tutti e tre, perché operano tutti per la stessa causa, sono impegnati nello stesso disegno. Tra coloro che giungono nelle comunità hanno un rilievo i profeti itineranti: dare loro accoglienza significa rendersi benemeriti della loro opera, essere coinvolti nella stessa ricompensa che essi riceveranno. Il «giusto» è il cristiano in quanto tale; anche l’accoglienza offerta a lui porta a condividere i frutti della sua testimonianza. Sostenere, aiutare un fedele a esser tale, è partecipare ai benefici che ridondano dalla sua presenza in mezzo al popolo. I «piccoli» sono i credenti anonimi, i di­scepoli di Cristo in quanto tali che debbono ritenersi sempre minimi (cfr. Mt 25, 40,45) e sedersi all’ultimo posto nello schieramento comunitario (cfr. Mt 20,16). Essi possono aver bisogno di tutto, anche di un bicchiere d’acqua, accordar­glielo non è un’azione insignificante.

Conclusione

Il tema dell’ospitalità non può far perdere di vista quello della sequela di Cristo e delle sue esigenze. Matteo lo ricorda in termini espliciti e paradossali, Paolo ne rievoca le motivazioni teologiche. Quel che Cristo ha vissuto al suo tempo deve a sua volta ripetere il cristiano. Si tratta di prendere la croce e mettersi a suo seguito, fino alla morte, aggiunge l’apostolo. L’imitazione di Cristo comincia a prender forma nel battesimo e si protrae per tutta l’esistenza in un pro­gramma di morte e di risurrezione giornaliera fino alla tappa finale segnata dalla morte e risurrezione fisica.

 

Nessun Commento

Sorry, the comment form is closed at this time.