20 Lug Proposta di omelia per la 17a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (26 luglio 2026)
IL REGNO DI DIO
(1Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52)
Il re Salomone preferisce la sapienza a tutti gli altri beni. Il salmista antepone la parola di Dio, la legge all’oro e all’argento. Il Vangelo segnala uomini che si spropriano di tutti i loro averi per acquistare un tesoro o una perla preziosa (il regno). È il messaggio permanente, la buona notizia che promana dalle odierne «Letture».
Gli autori sacri invitano a distinguere i valori reali da quelli apparenti, a non lasciarsi sedurre dagli uni a discapito degli altri. Il pericolo di finire come i pesci cattivi in fondo al mare ritorna anche qui come una prospettiva parenetica più che un annunzio teologico. È un richiamo allo scopo di prendere sul serio la proposta di Dio, ripetuta dai suoi portaparola umani.
Prima lettura: «La saggezza nel governare» (1Re 3,10)
La sapienza in Egitto e nel mondo orientale è la prerogativa insostituibile di qualsiasi sovrano, non può esserne privo, perciò, Salomone, il più celebre re d’Israele. Di fatto egli era stato un usurpatore (1Re 1); aveva coperto il suo dispotismo con un manto di sfarzo angariando i suoi sudditi con dazi e tributi (1Re 4,7-27).
Ciò nonostante l’autore vuole che si abbia di lui un ricordo senza ombre. Non conta ciò che era stato, ma quello che avrebbe dovuto essere (idealizzazione).
La storia d’Israele per l’autore sacro è guidata direttamente da Dio. È lui che ha voluto David al posto di Saul, e gli ha dato Salomone per figlio e successore. Il giovane monarca fa appello ora alla sua protezione e assistenza (v. 7), in un’opera impari alle sue forze (v. 8). Egli ha bisogno di sussidi materiali, di danaro e di armi, ma non li chiede a Dio, a lui chiede una virtù che nessun uomo e nessuna scuola può accordargli: la sapienza, che non è acume speculativo, ma conoscenza pratica delle leggi di governo e loro applicazione. Il compito più arduo del re è amministrare la giustizia, evitare abusi e soprusi, vedere il bene e il male con imparzialità e soprattutto trattarli come tali. Nella sua risposta Dio accorda accanto alla sapienza anche l’intelligenza: la capacità di scrutare la realtà circostante, i segreti della natura, ciò che farà di Salomone uno dei sapienti dell’antichità.
La monarchia di diritto divino trova il suo collaudo in questa pagina, ma essa ritrae un dato della comune tradizione orientale, più che una proposta del cielo. Dio è autore della storia, ma lascia all’uomo la responsabilità delle sue scelte.
Seconda lettura «Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29)
La salvezza è storica (ricalca l’esperienza di Cristo) e metastorica (proiettata verso la risurrezione). In parte è raggiunta, in parte da raggiungere. Quel che si è già compiuto è un pegno, una caparra di quanto rimane da conseguire. La mèta ultima è la «glorificazione», cioè l’avvicinamento alla condizione stessa di Dio, ma è ancora troppo lontana per non vedere insorgere qualche dubbio al riguardo. Paolo rimuove tali incertezze ricordando che Dio fa convergere gli eventi sempre a vantaggio di coloro che lo amano.
È un principio teologico, non un asserto storico. L’amore di Dio è garanzia di riuscita, non eliminazione di qualsiasi deviazione, ritardo, insuccesso. Il disegno ha varie tappe (predestinazione, chiamata, giustificazione, glorificazione), il felice superamento di alcune di esse è garanzia, sicurezza per le altre. Quel che Dio ha iniziato, porterà certamente a termine. I verbi sono tutti al passato; per l’apostolo è come se tutto fosse già avvenuto. Il sostantivo “predestinati” non può essere disgiunto dal contesto in cui si trova, dall’ipotetico teocentrismo paolino o meglio biblico.
Il discorso dell’apostolo è accademico; prescinde dalla collaborazione e responsabilità dell’uomo, ma è evidente che anche per lui essa ha tutta la sua portata.
Gesù non è un estraneo alla famiglia umana, ma il primo dei fratelli passato alla nuova vita. Quel che si è verificato in lui, si verificherà senz’altro in tutti gli uomini. Dio non può venire meno alle sue promesse, non può fermarsi a metà strada; se ha portato gli uomini a Cristo li condurrà fin dove è giunto lui (nella gloria del cielo). C’è una sola famiglia umana composta da Cristo e da quelli che lo seguono.
Vangelo «Il tesoro», «la perla», «la rete» (Mt 13,44.45.47)
Il discorso parabolico di Mt 13 si chiude con una trilogia in cui vengono messi in rilievo lo spirito di iniziativa, il coraggio, la solerzia all’uomo chiamato a collaborare al disegno di Dio.
Il regno è sempre un tesoro, un bene inestimabile, ma non è a vista d’occhio, in superficie, bensì nascosto come si faceva una volta con gli scrigni, i depositi di danaro. Trovarli non era facile, spesso avveniva per pura casualità. Bisogna essere sempre all’erta, vigilanti, non cullarsi sui successi conseguiti, ma cercare ancora. Il sentirsi ricchi o sicuri (e il fariseo della parabola lo era solo di fantasmi: Lc 18,9-14; cfr. Fil 3,8), non è il miglior presupposto per accorgersi del vero tesoro che ancora manca per essere felici. Il regno rappresenta un’alternativa che può mettere in discussione e sovvertire tutto un sistema di vita. «Quello a cui avevo annesso un gran valore, afferma Paolo, lo reputai un nulla» (Fil 3,7). Tutto ciò che il protagonista della parabola aveva accumulato era anch’esso un tesoro valido per trascorrere giorni felici, ma lo sacrifica per entrare in possesso di un altro bene di per sé invisibile e indimostrabile, ma capace di ricolmarlo di «gioia». Si tratta in ultima analisi di scegliere tra Dio e mammona (Mt 6,24).
Le vere perle non sono sui banchi dei comuni commercianti. Occorre un’accurata e lunga indagine per giungere a trovarne qualcuna e si richiede una grande rinuncia, persino agli averi, necessari al tenore abituale di vita per acquistarla. La perla ha un valore sicuro ma è un capitale, sul momento, infruttuoso.
Conclusione
La salvezza, il regno è una mèta inappariscente, un traguardo fuori dello spazio, per raggiungerlo si deve correre un alto rischio, quello della espropriazione e quindi dell’insicurezza temporale.
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