31 Lug Povertà e salute mentale: il circolo che intrappola l’Italia fragile
C’è un dato che più di altri racconta la direzione in cui sta andando il Paese: in dieci anni i disturbi depressivi tra le persone seguite dalla Caritas Italiana sono aumentati del 154%. Non è solo una crescita statistica, ma il segnale di una trasformazione profonda, in cui la sofferenza psichica e la povertà finiscono per alimentarsi a vicenda.
Nell’80% dei casi, infatti, il disagio mentale si accompagna a fragilità materiali, relazionali e sociali, con un intreccio che difficilmente può essere sciolto intervenendo su un solo piano.
Il rapporto “Povertà e salute mentale: Relazione circolare e diritti negati”, realizzato dalla Caritas insieme alla Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo “Franco Basaglia”, restituisce un’immagine nitida: non siamo di fronte a un’emergenza temporanea, ma a una crisi strutturale che colpisce in modo particolare giovani, donne e persone con esperienza migratoria. Non basta più leggere la salute mentale come una questione clinica: è evidente che si tratta anche – e soprattutto – di una questione sociale. Lo sottolinea con chiarezza il cardinale Matteo Maria Zuppi: la sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni in cui nasce. L’individuo, ricorda, è sempre dentro una comunità, e solo nella relazione può ritrovare sé stesso. È un richiamo che va oltre la dimensione etica e investe direttamente le politiche pubbliche.
Dalla rivoluzione di Basaglia all’involuzione dei servizi
L’Italia ha rappresentato per decenni un modello internazionale grazie al percorso di deistituzionalizzazione avviato negli anni sessanta e sancito dalla legge 180 del 1978. La chiusura dei manicomi e la costruzione di una rete territoriale hanno segnato un passaggio storico: dalla custodia alla cura, dalla malattia alla persona.
Oggi, però, quel modello mostra crepe evidenti. Il rapporto parla apertamente di involuzione: servizi territoriali indeboliti, crescente ricorso a pratiche coercitive, ritorno a una visione più medicalizzata. I Centri di Salute Mentale funzionano sempre più come ambulatori, con orari ridotti e scarsa presenza sul territorio, mentre gli SPDC – i reparti ospedalieri – diventano luoghi sovraccarichi e spesso dediti alla “sorveglianza” del malato.
A tutto questo si aggiunge il nodo delle risorse. La spesa per la salute mentale resta ferma a circa il 2,9% del totale sanitario, e gli stanziamenti previsti risultano lontani dal fabbisogno stimato. Il risultato è una progressiva privatizzazione di fatto dell’assistenza e un aumento delle disuguaglianze territoriali.
Il disagio diffuso: giovani e donne i più colpiti
I numeri confermano che il fenomeno è ampio e in crescita. Ansia e depressione sono le condizioni più diffuse, con una netta prevalenza tra le donne. Ma è tra i giovani che si registra il peggioramento più marcato. L’indice di salute mentale mostra un calo significativo nella fascia 14-19 anni, soprattutto tra le ragazze. Le ricerche internazionali parlano di livelli elevati di stress, sintomi depressivi e disagio emotivo, mentre aumentano le richieste di aiuto, gli episodi di autolesionismo e i suicidi.
La pandemia ha fatto da detonatore, ma non è la causa originaria: ha reso visibile le fragilità già presenti, amplificando un malessere legato a precarietà, incertezza e mancanza di prospettive.
Il legame bidirezionale tra povertà e sofferenza psichica
Uno dei contributi più rilevanti del rapporto è la focalizzazione della relazione circolare tra povertà e salute mentale. Da un lato, le condizioni di svantaggio – lavoro precario, casa instabile, isolamento – aumentano il rischio di sviluppare disturbi psicologici. Dall’altro, il disagio mentale compromette la capacità di lavorare, mantenere relazioni, sostenere una vita autonoma, producendo nuova povertà.
È un meccanismo che gli studi internazionali confermano da decenni e che oggi trova nuove evidenze anche nel contesto italiano. La salute, in questo senso, segue un vero e proprio andamento sociale: a un basso livello di reddito, istruzione o posizione lavorativa corrisponde un peggioramento delle condizioni di benessere.
A incidere non sono solo i fattori economici, ma la qualità delle relazioni, le condizioni abitative, l’accesso all’istruzione e lo status migratorio. Le esperienze precoci – traumi, povertà infantile, instabilità familiare – hanno effetti che si protraggono nel tempo, spesso attraversando le generazioni.
Le storie invisibili: la “povertà cumulata”
Lo sguardo della Caritas consente di entrare nelle biografie concrete. Nel 2024 sono state oltre 277mila le persone incontrate, e tra queste più di 7.700 presentavano forme di sofferenza mentale. Un dato probabilmente sottostimato, a causa della difficoltà di intercettare il disagio. Ciò che emerge con forza è la “povertà cumulata”: quasi l’80% delle persone con problemi psicologici vive almeno tre ambiti di bisogno. Lavoro, casa, salute e relazioni familiari si intrecciano con delle fragilità che tendono a cronicizzarsi: circa il 40% è seguito da oltre cinque anni. Le storie raccontano di vite segnate da lutti, separazioni, migrazioni traumatiche, fallimenti scolastici e lavorativi. I profili sono diversi ma ricorrenti: persone senza dimora, padri separati impoveriti, donne vittime di violenza, giovani con ansia e forte depressione.
Particolarmente complessa è la condizione delle persone migranti, spesso sospese tra due mondi e attraversate da quello che gli operatori definiscono “stress transculturale”: una frattura identitaria che può tradursi in sofferenza psichica e in percorsi di cura difficili, anche per la mancanza di mediazione culturale adeguata.
Servizi fragili, diritti diseguali
Accanto alla fragilità delle persone emerge quella dei servizi. Tempi di attesa lunghi, carenza di personale e costi elevati per la psicoterapia privata. In questo scenario, l’accesso alla cura diventa diseguale: chi ha risorse può permettersi percorsi continuativi, chi non le ha rischia di restare escluso.
La rete Caritas svolge così una funzione di ponte, intercettando situazioni invisibili e accompagnando le persone tra burocrazia e servizi. Ma questo ruolo supplente evidenzia una criticità strutturale del sistema pubblico, incapace di garantire risposte uniformi e tempestive.
Le richieste degli operatori sono chiare: rafforzare i servizi territoriali, aumentare il personale, integrare sanitario e sociale, sviluppare strumenti come il “budget di salute” e i progetti personalizzati. Le famiglie, dal canto loro, chiedono continuità e sostegno lungo tutto l’arco della vita, senza essere lasciate sole.
Il racconto del disagio nell’era dei social
Un capitolo del rapporto è dedicato a Instagram, oggi uno dei principali spazi di narrazione della salute mentale. Qui la sofferenza diventa linguaggio condiviso, identità collettiva, racconto pubblico. Questo processo ha un effetto ambivalente. Da un lato, contribuisce a rompere il silenzio e a ridurre lo stigma. Dall’altro, produce una gerarchia della sofferenza: i disturbi più “raccontabili” – come ansia e depressione – trovano spazio, mentre quelli più complessi restano ai margini.
Ripensare le politiche: dalla frammentazione all’integrazione
Sul piano istituzionale, l’Italia dispone di un quadro normativo che riconosce l’importanza dell’integrazione tra sociale e sanitario. Tuttavia, la sua applicazione resta frammentata e disomogenea: mancano risorse e sistemi di monitoraggio efficaci. Le indicazioni del rapporto puntano in una direzione precisa: rafforzare la governance, investire stabilmente nella salute mentale, promuovere la partecipazione delle comunità e costruire percorsi integrati lungo tutto l’arco della vita.
Una questione di giustizia sociale
La salute mentale, quindi, non è solo una questione sanitaria, ma un indicatore della qualità della democrazia e della giustizia sociale. Dove crescono le disuguaglianze, cresce anche la sofferenza psichica. Riconoscerla significa assumersi una responsabilità collettiva: non si tratta solo di curare, ma di creare le condizioni perché le persone possano vivere vite dignitose, costruire relazioni, immaginare il futuro.
«Da questo rapporto emerge con estrema chiarezza che la vulnerabilità economica è fortemente connessa alla vulnerabilità sociale, cioè al potenziale impatto degli eventi su persone povere o su interi nuclei familiari, donne in gravidanza o in allattamento, persone con disabilità, bambini, anziani», commenta la dott.ssa Flora Brudaglio Psichiatra, Dirigente Medico ad alta specializzazione CSM Andria – DSM ASL BT e referente Dipartimentale Centro trattamento esordio psicotico ed alto rischio – DSM ASL BT.
«Affrontare le situazioni sociali dei disturbi mentali comuni e dei disturbi mentali sottosoglia dovrebbe diventare un’azione prioritaria dei servizi di cura. Strategie di tipo onnicomprensivo, a livello di popolazione, potrebbero migliorare la salute mentale della gente e ridurre le disuguaglianze, concentrandosi sul miglioramento delle condizioni in cui le persone nascono, vivono, lavorano e invecchiano.
Una revisione sistematica della letteratura sui disturbi mentali comuni e la povertà nei Paesi a basso e medio reddito ha mostrato che oltre il 70% dei 115 studi passati in rassegna riporta una forte correlazione tra vari indicatori di povertà e i disturbi mentali comuni; quindi, nel moderno approccio alle politiche sanitarie, anche per la salute mentale le risposte devono essere stratificate e multisettoriali».
“Abitare il mondo: percorsi di salute mentale di comunità”
È il progetto che la dott.ssa Brudaglio, insieme a tutta la sua équipe, ha promosso nella UOSVD CSM Andria – Prevenzione Psichiatrica DSM ASL BAT che prevede rapporti di prossimità, reattività e coinvolgimento delle parti interessate, con una visione d’insieme centrata sulla persona e basata sui diritti, attraverso un approccio multisettoriale e globale che includa salute, istruzione, ricerca, welfare, politiche per la casa e del mercato del lavoro. «La salute mentale di comunità – conclude la psichiatra – deve promuovere l’intervento precoce, il raccordo tra ambito educativo, scolastico e sociale nel territorio. Al centro di tutto c’è la consapevolezza che il cambiamento all’interno di una comunità possa essere raggiunto attraverso il coinvolgimento dei suoi membri che si impegnano per una convivenza sempre più inclusiva e vitale dove tutti trovano casa».
di Marilena Pastore
(cfr. Presenza Cristiana 3/2026)
Sorry, the comment form is closed at this time.