Proposta di omelia per la 23a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (06 settembre 2026)

Proposta di omelia per la 23a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (06 settembre 2026)

IL FRATELLO DA RECUPERARE VALE PIÙ DELLA VERITÀ

(Ez 33,7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20)

Il profeta, e ogni credente, per sua vocazione, non può rimanere indifferente davanti ai comportamenti dei propri simili, soprattutto quando sono difformi dal volere di Dio. Intervenire, anche a proprio discapito, è un dovere di carità. Non facendolo, si diventa corresponsabili del male che ne può derivare. La comunità di Matteo registra già le prime defezioni dalla linea tracciata da Cristo; i fratelli che se ne accorgono debbono richiamare chi è in errore, e, quando non bastasse l’ammonizione canonica (davanti a due testimoni), debbono tener lontano il fratello dalla comunità. L’evangelista fa qui un passo indietro nell’annunzio cristiano, dove il perdono deve essere accordato fino a settanta volte sette (18,22). La chiesa nasce dal rapporto che l’uomo riesce a stabilire con Cristo (Mt 18,20), ma anche con i fratelli, aggiunge Paolo (Rm 13,9-10).

Prima lettura: «Tu l’avvertirai da parte mia» (Ez 33,7)

Il profeta è chiamato per la tutela del popolo di Dio, che, in genere, è disattento o impegnato in faccende che non gli consentono di avvertire i pericoli a cui va incontro. Per questo Dio ha messo a suo fianco delle «sentinelle» (v. 7), ossia degli osservatori (i «vigilanti») pronti a dare le segnalazioni del caso. Essi non possono trasmettere sempre «buone notizie», assicurare incolumità e pace: debbono solo riferire quello che «sentono» anche se urta la suscettibilità e provoca l’ira dei destinatari, soprattutto quando è costretto ad annunziare distruzioni e castighi. Anche il profeta può essere preso dal panico e risparmiare i suoi udi­tori dai rimproveri che meritano, ma dovrà rispondere a colui che l’ha inviato. Tuttavia, egli è là dove il vero si distingue dal falso profeta, e questo emerge dal suo modo di parlare: se parla secondo il proprio interesse o secondo verità. Il tacere al po­polo le sue colpe significa addossare su di sé la responsabilità.

Seconda lettura «Un amore vicendevole» (Rm 13,8)

Il cristiano non ha conti scoperti con nessuno perché ha imparato a vivere secondo giustizia. L’unico impegno che non potrà pie­namente assolvere è quello dell’amore verso il prossimo che non potrà essere mai perfetto perché la misura assegnatagli è quella di Dio e di Cristo.

La carità supera ma non annulla la giustizia. L’apostolo fa un passo avanti ricordando che nella carità si riassume anche l’osser­vanza della legge. Non è un’affermazione nuova; nel giudaismo contemporaneo la ripetevano anche altri maestri, ma per Paolo è il messaggio centrale del vangelo (cfr. Mt 5,42-48; 22,34-40).

I commi della legge non vengono abrogati (per un tal motivo sono segnalati dettagliatamente, anche se non tutti), ma osservati con uno spirito nuovo; non come obbligazioni giuridiche, ma come espressioni di benevolenza verso il proprio fratello. Chi ama non può peccare perché non può compiere nulla per calcolo o solo per proprio interesse a discapito del proprio simile.

Vangelo «Se tuo fratello pecca» (Mt 18,15) Vedi Lectio

La chiesa è santa ma i suoi componenti non sono sempre tali. Anche i cristiani sono peccatori e a volte pubblici e notori. Gesù ha esortato a non sradicare la zizzania dal campo (Mt 13,29), ma non ha detto di omettere gli opportuni tentativi per riportare gli erranti sulla retta via (cfr. Mt 18,12-14).

La comunità di Matteo è messa tutt’intera in allarme davanti a un fratello che si trova su una cattiva strada. Il «peccato» di cui parla il testo non è una trasgressione qualunque, ma una scelta, un comportamento sbagliato, un’abitudine al male come quella che Paolo riscontra nella comunità di Corinto (1Cor 5,1-5). In questo senso si può anche parlare di uno stato di colpa.

La prassi che la chiesa di Matteo adotta in simili casi è, si può dire, protocanonica. Essa consta di tre gradi o istanze. Prima di tutto, quando la notizia comincia appena ad emergere, chi ne è al corrente è tenuto ad ammonire (privatamente) l’interessato (cfr. Lv 19,17). Sarebbe più comodo parlarne con gli amici invece che con lui, ma la carità chiede di fare questo sforzo in cui il bene comune e il buon nome del fratello si salvaguardino nella maniera più sicura: è più facile spegnere una scintilla che un incendio, fermare un peccatore al suo inizio che quando è intristito nel male.

La chiesa delle origini conosceva già casi in cui il richiamo privato non aveva ottenuto il successo sperato: per questo era con­templato un secondo e terzo modo di correzione. Il ricorso a uno o due testimoni fa comprendere che si tratta di un procedi­mento giudiziario, di un’ammonizione ufficiale, con la clausola di espulsione in caso di inadempienza. Si tratta verosimilmente di una prassi già corrente di cui Matteo dà testimonianza.

La «macchina giudiziaria» non si ferma davanti all’indifferenza o recidività del reo. Ai richiami inascoltati segue il processo davan­ti all’assemblea (ekklesia). Ciò fa supporre che la comunità disponeva di un tribunale, di giudici e per questo anche di un codice. La sentenza è inappellabile: «sia per te come un pagano e un pubblicano» (v. 17).

La comunità sente il bisogno di giustificare queste decisioni che, a prima vista, appaiono poco evangeliche e si appella a un detto di Gesù sull’autorità accordata ai suoi discepoli. «Legare» significa «proibire» e «sciogliere» equivale a «permettere», dichiarare leci­to o no un comportamento o una dottrina. Il contesto rivela che è una potestà sociale più che spirituale. È la possibilità che ha la chiesa di difendersi dai pericoli che vengono dall’interno. Essa esclude quelli che dissentono dalla sua linea ed è pronta a riam­mettere quelli che vi si conformano. Non è la potestà di rimettere i peccati, meno ancora in foro interno, ma di ristabilire l’ordine violato dalle inadempienze o trasgressioni disciplinari. La potestà accordata a sua volta a Simone (16,18-19) è ora riconosciuta a tutti, all’intera chiesa.

La comunità si raccoglie non solo per le soluzioni disciplinari ma anche per la preghiera (cfr. At 2,42). L’ebreo, in genere l’o­rientale ha sempre creduto di poter tutto ottenere con un’efficace raccomandazione, tattica che crede di poter adottare anche con Dio. La preghiera di domanda è sempre la più spontanea ma non sempre teologicamente la più sicura. Dio accorda all’uomo tutto quel­lo di cui ha bisogno prima che glielo chieda; gli è sempre vicino per offrirgli i suoi doni, occorre solo che questi li accolga, faccia ad essi spazio (cfr. Mt 6,33). Giustamente Gesù pone la fede, cioè la piena comunione con Dio, come condizione di un pieno ascolto da parte sua.

L’annunzio finale (v. 20), in cui Gesù promette la sua presenza in mezzo ai suoi (cfr. 28,20), può essere ritenuto il messaggio centrale di tutta la pericope. L’evangelista non spiega di che presenza si tratta; certamente non è fisica o ontologica, ma è certamen­te efficace, dinamica. È il ricordo che egli lascia di sé ai suoi e che si traduce in operazioni di bene, di comprensione, di intesa reci­proca. Cristo è vivo e presente quando ci sono uomini che ripetono non le sue parole, ma le sue operazioni di bene.

Conclusione

La chiesa vive in terra ma anche in cielo; per questo i suoi componenti sono sì nel tempo, ma invitati a tenersi orientati verso l’eter­no. Essi sono raccolti intorno ai loro pastori ma anche intorno al Pastore per eccellenza, il quale, anche se invisibile, non è mai assente.

Ma quel che lascia più sbalorditi è la sentenza che la comunità pronuncia sui cristiani impenitenti. Gesù non aveva disdegnato di farsi chiamare amico dei pubblicani e dei peccatori (cfr. Mt 9,11; 11,19), ma i nuovi responsabili comunitari hanno paura di questa contaminazione e preferiscono estirpare la zizzania piuttosto che vederla crescere accanto al grano.

La chiesa è di Cristo, ma i suoi uomini seguono più le direttive della vecchia sinagoga che quelle da lui indicate.

 

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