Proposta di omelia per la 25a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (20 settembre 2026)

Proposta di omelia per la 25a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (20 settembre 2026)

GLI OPERAI DI DIO

(Is 55,6-9; Fil 1,2oc-27a; Mt 20,1-16)

Il profeta apre con un pressante invito alla conversione. Occorre abbandonare le vie del male e far ritorno al Signore, che è al di sopra di qualsiasi modo di pensare e di agire dell’uomo. Il salmista leva un elogio alla grandezza di Dio, ma più ancora alla sua pazienza, alla sua misericordia, alla sua bontà, tenerezza e giustizia quale premessa di una ricerca e di un incontro con lui. Matteo ricorda la parabola degli operai della vigna, che illustra la generosità di Dio verso tutti, Giudei e Gentili. Gesù annunzia ancora una volta la sua passione e prende occasione per rintuzzare le velleità dei figli di Zebedeo e degli altri apostoli inculcando la legge che sottostà alle promozioni nel regno. In conformità all’annunzio di Gesù, Paolo richiama la sua piena disponibilità all’opera di Dio e al bene dei fratelli di Filippi e di tutta la cristianità. Il tema che unifica i testi è Dio e l’uomo; nonostante le loro differenze si ritrovano l’uno accanto all’altro nel realizzare la comune salvezza.

Prima lettura: «Cercate il Signore» (Is 55,6)

L’invito del profeta non è di ordine speculativo o filosofico ma pratico. Dio si incontra nella preghiera dove l’uomo apre a lui il suo animo nell’intento di capire e di cogliere il suo volere. Anche i segreti dell’esistenza sono più noti a lui che a chi la vive. Occorre perciò avvicinarsi, mettersi in ascolto per poterli conoscere. Il profeta immagina che Dio sia come un mo­narca che ha giorni di udienza e di grazia, e giorni di assenza. La volontà di incontrarsi con lui presuppone però l’allontana­mento dal peccato, dall’empietà, dal male. Sono due cose inconciliabili e distanti come il cielo e la terra. Ma Dio è bontà e misericordia con tutti; anche i peccatori e gli empi possono accostarsi a lui, mettersi a cercarlo senza ti­more, sicuri di trovarlo.

Seconda lettura «Essere di aiuto a voi» (Fil 1,25)

I cristiani di Filippi chiedono informazioni sulla sua persona, Paolo risponde sui progressi che il vangelo fa grazie alle sue catene (vv. 12-19). Passando al suo futuro non sa cosa potrà toccargli, la liberazione o la condanna capitale. Ma non per questo è spaventato; perché è sicuro di non andare incontro a una condanna da­ vanti a Dio, per non avere assolto degna­mente l’incom­benza ricevuta. Paolo vede la sua persona esclusivamente in funzione a Cristo, come il luogo della sua glorifi­cazione ed esalta­zione (epifania). Anzi egli può identificare la sua vita con quella di Cristo; tramite lui Cristo continua a vivere in mezzo agli uomini, ha asserito altrove, coniando la metafora di «corpo di Cristo» (cfr. 1Cor 12,27). Ora lo ri­badisce. Questa unione non si potrà mai spezzare, si potrà solo rinsaldare con la morte; per questo invece di una disgra­zia, di un danno, questa gli si presenta come un guadagno, una grazia. Se c’è una perplessità nell’attuare questo desiderio, nasce dal pensiero di poter essere ancora utile alla comunità, ai fratelli. Davanti a questa prospettiva ogni sua personale aspi­razione passa in second’ordine.

Vangelo «Andate anche voi nella mia vigna» (Mt 20,4) Vedi Lectio

La parabola di Mt 20,1-16 illustra le vicende del regno dei cieli, il grande campo che può accogliere operai in tutti i momenti della storia. Anche il padrone è insolito. Egli come tutti esce all’alba e ingaggia con regolare «contratto» un gruppo di lavo­ratori, ma, ciò che non tutti fanno, esce anche nelle ore successive, fin nel tardo pomeriggio, e sempre as­solda nuove reclute. La paga in Oriente veniva consegnata volta per volta al termine della giornata presenti tutti gli ope­rai, così gli uni facevano da testimoni agli altri. La retribuzione questa volta non è data secondo il lavoro prestato ma se­condo la munificenza del padrone: a tutti un danaro, anche a quelli che avevano lavorato poche ore. La reazione dei primi è scontata e apparentemente anche legittima; in tutti i modi, essi hanno ricevuto quanto era stato pattuito.

L’autore non racconta un episodio dal vero ma immaginario: non intende dettare un nuovo codice di giustizia sociale o di morale salariale, ma annunziare la legge dell’economia della salvezza. Il padrone della vigna è sempre Dio che convoca alla sua opera uomini e popoli in tutti i tempi della storia. Non c’è dubbio che i primi chiamati, con regolare «contratto», siano gli israeliti. L’alba in cui esce il padrone è l’alba, se non della salvezza, della storia del popolo eletto. Dio si è impe­gnato con Israele (il contratto simboleggia l’alleanza) e ha tenuto fede alle sue promesse, ma ciò non può impedirgli di apri­re un dialogo anche con gli altri popoli e di invitarli apertamente alla stessa realizzazione a cui attendono i figli di Abra­mo. Le uscite del padrone sono le puntate missionarie che i profeti (Giona), Gesù e ormai gli apostoli compivano nel mondo pagano per renderlo partecipe della salvezza. Israele non era l’unico popolo di Dio, ormai doveva accettare di sentirsi af­fiancato da tutti gli altri esistenti sulla terra.

Il lamento dei primi operai non è perché avevano avuto poco, ma perché si erano visti alla pari degli ultimi (v. 12). Israele avrebbe voluto rimanere il popolo eletto; se la salvezza doveva passare per caso anche ai Gentili, doveva avvenire sempre attra­verso Israele, con un riconoscimento della sua sovranità oltre che della primogenitura (cfr. Is 60).

L’ «invidia» che il padrone nota nel suo interlocutore è quella che i giudei mostravano quando Paolo passava dalla sinago­ga all’agorà per annunziare la parola ai Gentili. In proposito, il libro degli Atti offre più di una testimonianza (cfr. At 13,45; 14,19; 18,12). La frase «non posso fare del mio quello che voglio?» si comprende in questo contesto. Non sottolinea il capriccio, l’arbitrarietà ma la generosità dell’agire divino. Il padrone è «buono» (v. 15), e perché tale cerca di favorire il maggior numero possibile di persone.

Conclusione

La storia ha dimostrato che i primi operai chiamati, i primi collaboratori della salvezza, sono passati all’ultimo posto, e quel­li che erano all’ultimo posto, o addirittura fuori hanno preso la direzione del regno. Ciò era soprattutto vero al momento in cui l’evangelista scrive, in cui la chiesa, più che giudaica, è etnico-cristiana. Ma un tale rovesciamento può sempre ripetersi nella storia degli individui come della stessa collettività. C’è sempre da stare all’erta.

 

Nessun Commento

Sorry, the comment form is closed at this time.