20 Set Proposta di omelia per la 26a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (27 settembre 2026)
LE SCELTE GIUSTE
(Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32)
L’uomo è una creatura povera, infelice e più ancora fallibile. Il salmista lo ritrae nella sua miseria e nel suo abbattimento. Ma il riconoscimento del proprio stato di colpevolezza è ciò che rimane più difficile da accettare. L’uomo cerca di mettere Dio stesso sul banco degli accusati più che se stesso, come sarebbe tenuto a fare. Anche Gesù ha a che fare con quanti si credono giusti (cfr. Lc 18, 9) e in realtà non lo sono. Perché non sono le parole o i buoni propositi che contano davanti a Dio, ma le operazioni di bene. Si ha una gerarchia di valori che rovescia quella corrente. L’inno della Lettera ai Filippesi, sulla linea del salmo, ricorda la condizione sociale preferita da Cristo nell’assolvere la sua missione, tutta diversa da quella che gli uomini aspettavano.
Prima lettura: «Non sono rette le mie vie o le vostre?» (Ez 2,18)
Ezechiele pensa che la responsabilità individuale debba prevalere su quella collettiva. Non basta essere figli di Abramo per esser salvi, se poi non si compiono le sue opere. Conta non quel che si è per natura o per appartenenza, ma il modo di comportarsi, di rispondere alla propria vocazione. Dio ha creato non l’umanità ma gli uomini ed è con ognuno di essi che tratta. Questo enunciato urta con uno dei principi fondamentali della teologia tradizionale in cui il figlio sconta gli errori del padre, una generazione le colpe di quella che l’ha preceduta. I padri mangiarono l’uva acerba e i figli avevano i denti allegati (18,2; cfr. Ger 31,29). L’affermazione è smentita dal nuovo principio annunziato dal profeta. Ognuno rende conto di quello che fa; l’appartenenza a una famiglia o a un popolo non modifica né in bene, né in male la propria responsabilità. Anzi né il giusto è confermato nel bene né l’iniquo nel male; c’è possibilità di un mutamento di rotta per tutti e due. Se non è detto che Israele può perdere la sua elezione, può perderla sempre l’israelita. All’occhio del popolo questo non appare giusto, ma la risposta del profeta è inequivocabile (cfr. vv. 25-28). Al di sotto del discorso teologico c’è un tacito invito alla perseveranza nel bene (per il giusto) e alla conversione (per il peccatore). Dio non vuole che l’uomo si perda, ma che viva: è il lieto messaggio di tutto l’oracolo.
Seconda lettura «I sentimenti che furono in Gesù Cristo» (Fil 2,5)
La situazione della comunità di Filippi è ideale. L’apostolo è consolato e confortato dalla carità e dalla comunione degli spiriti, dalle opere di misericordia («compassione») di cui danno prova. Ma forse l’intesa potrebbe essere approfondita, le rivalità, la vanagloria, i propri interessi assopiti. Bisognerebbe che pensassero di più a Cristo, a come egli si è comportato vivendo in mezzo agli uomini. Egli era l’inviato, il figlio di Dio, avrebbe avuto diritto a una condizione sociale, terrena, degna del suo stato, propria di un essere divino. Poteva considerare un tale diritto inalienabile (un tesoro da conservarsi con gelosia, come una preda), ma non lo ha ritenuto tale. Al contrario se n’era spogliato (ekenosen), preferendo la condizione di un uomo qualsiasi, simile in tutto agli altri, addirittura di un servo, sottomesso, o meglio, soggetto a tutti, fino a lasciarsi uccidere. Gesù iniziando la sua missione non si è collocato su un piedistallo come avrebbe desiderato e potuto (le tentazioni), ma si è confuso con la folla, con quella più umile, addirittura con quella oppressa (gli schiavi) per aiutarla a uscire dalla sua situazione e ha pagato con la vita questa scelta. Non è stato né un capriccio né un caso, ma il volere del Padre che egli ha accolto ed eseguito scrupolosamente. Doveva conoscere gli uomini per poterli aiutare, dirà Matteo (11,28-30), così si è fatto in tutto uno di loro, eccetto nel peccato (Eb 4,15). Ma questa accettazione è stata la premessa della sua glorificazione. Perché ha saputo umiliarsi, ha meritato la «signoria», la dominazione suprema e universale con la risurrezione. E il Padre che sembrava essere all’origine di un disegno insipiente, direbbe Paolo (1Cor 1,24), alla fine è massimamente glorificato.
Vangelo «Va’ a lavorare nella mia vigna» (Mt 21,28) Vedi Lectio
La parabola di Mt 21,28-32 presenta un padre con due figli. Entrambi gli sono fedeli, ossequiosi e obbedienti, ma uno a parole e l’altro a fatti. Una storia sempre vecchia e sempre nuova, ma il singolare sta nel rovesciamento che subisce la situazione originaria. Il figlio che aveva risposto affermativamente non ottempera al volere del padre, quello che si era rifiutato invece lo compie. È evidente che, fuori metafora, il padre è Dio e i due figli sono Israele e i Gentili. Il momento decisivo che inverte le loro sorti e il loro rapporto con il padre è la venuta del messia e l’instaurazione del regno. La «vigna» è quella che Gesù ha presentato poco prima (Mt 20,1-16) e su cui tornerà dopo il «racconto» attuale (vv. 33-45: i vignaioli omicidi). L’invito a prestarvi la propria collaborazione («va’ a lavorare nella vigna») è rivolto a tutti, ma non tutti l’hanno accolto in egual modo. Israele ha tese le orecchie alla predicazione di Gesù, ha ascoltato il suo messaggio, è stato sul punto di accettarlo, ma alla fine si è tirato indietro, l’ha rifiutato.
La buona volontà era solo formale, superficiale, non è riuscita a tradursi in azione (conversione). I Gentili per preparazione e disposizione erano lontani da Dio, dalla promessa; difatti al primo annunzio di Cristo sono rimasti sordi alle sue sollecitudini. «Ti ascolteremo un’altra volta», dissero a Paolo i sapienti di Atene (At 17,32).
Il discorso si fa, nella seconda parte, polemico. Le persone religiosamente più impreparate, quelle che nella comune stima erano le più lontane da Dio, i pubblicani e le meretrici, peccatori per antonomasia, che ogni buon israelita era tenuto ad evitare, hanno creduto alla parola di Gesù. Esse che erano spoglie da ogni pregiudizio l’hanno accolta con prontezza, mentre i figli d’Israele, i membri della sinagoga, l’hanno rifiutata. L’evangelista pensa a Levi, cioè alla sua precedente professione di gabelliere che non gli ha impedito di accogliere la chiamata del Signore (cfr. Mt 9,9). La pervicacia giudaica è di antica data. Hanno resistito ai profeti e da ultimo anche al precursore. Questi non li aveva invitati ad accogliere un nuovo messaggio di salvezza, li aveva solo esortati alla buona condotta (giustizia) e alla penitenza (conversione, metanoia), una proposta su cui non ci dovevano essere riserve teologiche da frapporre. I vangeli non hanno lasciato informazioni sulla comunità giovannea, ma la presente notizia lascia prevedere che il successo sia stato più grande di quanto si sappia. Anche in essa erano confluiti peccatori che avevano fatto e facevano parlare di sé. L’evangelista non può chiudere senza lanciare un ultimo appello ai propri connazionali. L’invito di Cristo rimane ancora valido.
L’«oggi» della salvezza non ha tramonti; è sempre attuale e presente. Gli Israeliti ormai «hanno visto» ciò che è accaduto nella loro terra, sotto i loro occhi, possono approfondire le loro ricerche per confermare la verità ormai patente; quel che rimane, ed è ancora possibile, è che si convertano e credano. Convertirsi era fare un cammino opposto a quello che stavano facendo. Invertendo rotta si sarebbero imbattuti con Cristo. Credere era un’adesione di mente e di cuore, teorica e pratica al vangelo. Non era certo facile per chi aveva già una proposta proveniente egualmente da Dio e comprovata da una plurisecolare tradizione, ma il passo (l’abiura dirà Paolo: Fil 3,8) si imponeva improrogabilmente, poiché la salvezza annunziata dai profeti si era ormai realizzata in Cristo (cfr. Mt 17,3-8).
Conclusione
L’evangelista tiene lo sguardo rivolto ai connazionali (intento apologetico) ma scrive per la sua comunità. I due fratelli si ritrovano all’interno della sua chiesa. Vi sono quelli che dicono e non fanno, quelli che invece nonostante le parole contrarie sono seriamente impegnati nella via della giustizia, cioè nella retta prassi cristiana. E coloro che hanno avuto un passato disordinato sono i più solerti nel nuovo cammino.
Il discorso lascia intravvedere una concezione di chiesa che abbraccia tutti coloro che agiscono rettamente e non pensano soltanto. Non conta quel che si dice o si scrive, ma quel che si fa. Neanche quelli che nell’«ultima assise» sono chiamati a prender possesso del regno sapevano quando avevano incontrato Cristo e accolto la sua parola, ma c’era chi l’aveva registrato per loro.
Il pericolo di ritrovarsi nel primo dei figli esiste per ogni fedele, e l’evangelista si preoccupa di metterli in guardia.
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