04 Ott Proposta di omelia per la 28a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – anno A – (11 ottobre 2026)
IL BANCHETTO MESSIANICO
(Is 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14)
Il messaggio globale delle «Letture» è incentrato sul piano della salvezza. Al di sopra del momento storico, irto di orrori e di errori, si apre uno spiraglio di luce, costituito dall’azione di Dio.
Il banchetto, momento di esultanza e di gioia, di compartecipazione e di comunione è l’immagine abituale della felicità. Jahvé imbandirà lui stesso un convito negli ultimi tempi, raccoglierà cioè gli uomini intorno a una tavola imbandita di cibi prelibati, che simboleggiano i doni, e la gioiosa attesa della liberazione messianica. Il salmista al pari del semplice fedele si rallegra alla prospettiva di essere ospite di Jahvé nel banchetto sacro a cui si ripromette di partecipare. Su questa linea Gesù propone il regno dei cieli come invito a un festino nuziale: giorno unico di emotività e di tripudi, di canti e di musiche, di serenità, e di pace. La tavola imbandita estingue gli appetiti e rallegra, ma soprattutto mette in comunione i partecipanti, unisce gli animi, fa di tutti una famiglia. Paolo, soccorso nelle sue ristrettezze dai Filippesi, rimanda il discorso alla realtà quotidiana di chi ha ancora fame di pane materiale.
Prima lettura: «Asciugherà le lacrime» (Is 25,8)
Il cap. 25 fa parte dell’«Apocalisse di Isaia» (cc. 24-27): un insieme di oracoli, per lo più, contro le nazioni, di cantici, inni e azioni di grazie, che celebrano gli interventi («giudizi») di Jahvé nella storia del suo popolo e, indirettamente, nel piano della salvezza. Il tema riguarda le benedizioni messianiche preparate per tutti i popoli. L’annunzio della felicità escatologica è dato nei termini più immediati ed esilaranti. Per uomini che hanno sofferto sempre penuria e indigenza sarà come partecipare a un lauto banchetto. Le carni grasse, succulente, sono le più pregiate e le più apprezzate dall’uomo orientale; esse sono abbinate ai migliori vini, segno dell’eccezionalità del convito. Ma la caratteristica più importante è data da Jahvé che ha preparato in tutto: un grande appuntamento per tutti allestito sul monte del Signore e che comporterà una partecipazione alla stessa vita e felicità divina. Il profeta non pensa a un banchetto reale ma simbolico. Gli uomini, tutti i popoli, cesseranno di avere fame di verità, di giustizia, saranno ricolmi dei benefici divini, non saranno più colpiti dall’indigenza, dal dolore, dal male, persino la morte è votata a scomparire.
La pace paradisiaca che l’uomo aveva sentito proporsi fin dalla sua prima esistenza (cfr. Gen 2-3) appare di imminente realizzazione. L’obbrobrio e l’umiliazione in cui Israele, e qualsiasi altro popolo vive, cesseranno per sempre, non perché gli avvenimenti si volgeranno automaticamente a loro favore, ma perché Jahvé si è risolto a dar compimento alle sue promesse. Il profeta, travolto da questa visione, si affretta a intonare un inno di giubilo e di ringraziamento, una specie di «venga il tuo regno» in cui cerca di coinvolgere i suoi connazionali e gli altri popoli.
Il convito o convegno in Gerusalemme è il simbolo della pace e dell’accordo che regnerà tra i popoli: un messaggio e un ideale prettamente evangelici.
Seconda lettura «Colmerà ogni vostro bisogno» (Fil 4,19)
Paolo riporta il discorso dal simbolismo alla realtà. Egli è in prigione e le ristrettezze del momento sono state alleviate dalla generosità dei Filippesi. Per l’apostolo il gesto è stato più importante per il suo significato che per il suo contenuto. «Non si è vergognato delle mie catene» dirà di Onesiforo in 2Tm 1,16. La stessa cosa confessa ora. Inviando i loro soccorsi i cristiani hanno soprattutto solidarizzato con la sua causa, condiviso le sue sofferenze, alleviato il suo stato di apprensione (v. 14). Non è che egli non apprezzi gli aiuti materiali ma di essi può farne a meno più che del sostegno morale. Nella sua esperienza di apostolo è andato incontro a disagi di ogni genere, ha imparato a sopravvivere alle prove come alle fortune. È contento degli aiuti che gli hanno arrecato perché essi danno loro l’occasione di avanzare degli acconti presso Dio, assicurandosi la sua benevolenza e protezione per il loro futuro. Dio è munifico e non lascia senza ricompensa una buona azione. La considera come un profumo che sale gradito verso di lui.
Vangelo «Chiamateli tutti» (Mt 22,9) Vedi Lectio
Il protagonista della parabola non può essere che Dio. Egli è re e giudice, ma tra le righe trapela soprattutto la sua paterna bontà. I suoi gesti più importanti sono la preparazione del banchetto, l’invio reiterato dei «servi» al banchetto d’intronizzazione regale del proprio figlio rivolto a tutti, senza restrizioni né discriminazioni sociali e religiose, al fine di stabilire e mantenere con tutti un rapporto di familiarità e amicizia.
L’immagine del banchetto segnala la profusione dei doni, che è destinato ad arrecare agli uomini l’attuazione delle promesse e l’instaurazione del regno. Il messia non è un profeta qualsiasi ma il figlio del re. Egli vanta con Dio (il Padre) una relazione unica, che solo relativamente è comunicabile ai suoi seguaci (cfr. Mt 6,9-18). Egli è già presente e il Padre attende che gli invitati vengano al banchetto indetto per le sue nozze. Ma gli uomini non sono troppo solleciti alla proposta divina. I primi invitati fanno parte della categoria dei «chiamati» e degli «eletti». Costoro non possono essere che i Giudei, membri del popolo eletto, ad accorrere alla «festa», solo che ne ignoravano la data e non conoscevano di persona lo sposo. Dovevano stare all’erta, muoversi al primo cenno. L’invio dei servi e il pressante invito del re sottolinea l’estrema e inutile sollecitudine di Dio verso il suo popolo. In Matteo gli invitati sono più crudeli che nel racconto lucano. Non mostrano solo indifferenza ma ribellione contro i «servi», colpevoli di aver portato loro una «lieta notizia». Le motivazioni addotte al rifiuto sottolineano che gli interessi materiali (il campo, il commercio) prevalgono su quelli spirituali.
Destinatari della salvezza i Giudei diventano i primi avversari della medesima, ma anche i primi bersagli dell’ira divina. Il teologo cristiano torna a riconnettere la fine di Gerusalemme con il rifiuto giudaico del messia, ma si tratta di un collegamento gratuito e forse assurdo. Dio non è un monarca sempre pronto all’ira e alla vendetta, ma solo al perdono e alla misericordia (cfr. Mt 18,27).
La fase israelitica si chiude, ma la storia della salvezza continua. I nuovi invitati sono senza qualifiche, provengono dai crocevia, dove si collocano a mendicare: sono coloro che entrano e escono dalla città, per questo appartengono agli emarginati, quindi ai comuni peccatori che hanno risposto agli inviti di Cristo più dei «giusti» (cfr. Mt 9,11-19).
Il Regno è un dono di Dio: per questo è offerto indistintamente a tutti, ai «buoni e ai cattivi». L’uomo sprovvisto di veste nuziale rappresenta colui che si trova a far parte della comunità cristiana senza le necessarie disposizioni (conversione, umiltà, carità, bontà). Le comparse di Dio nella storia umana sono «visite» salutari, ma per l’autore sono il più delle volte giudizi di disapprovazione e di condanna. L’evangelista è un pastore d’anime, per questo fa ricorso a tutti i mezzi per distogliere i fedeli dal male. Il più delle volte fa appello al giudizio di Dio (cfr. Mt 13,41-43; 25,31-46), ma, più che trasmettere un messaggio, forse agita uno spauracchio per intimorire i suoi uditori. Dio è giusto, dicono i profeti e i salmisti, perché è fedele (con se stesso) nel mantenere le promesse fatte al suo popolo.
Conclusione
L’immagine del banchetto nella tradizione cristiana è sempre sovraccarica di simbolismo, non può non far pensare all’agape e alla cena eucaristica. Per questo i servi sono chiamati anche «diaconi» (v. 13). La veste nuziale diventa simbolo dello stato di santità e grazia con cui occorre andare alla mensa del Signore.
Il banchetto – come la salvezza – è sempre apparecchiato davanti a ogni uomo; attende che egli vi prenda parte. L’abbaglio in cui sono caduti i primi invitati e l’uomo sprovvisto della veste nuziale si può ripetere sempre nella storia e nella vita.
La frase conclusiva non sintetizza il senso delle due parabole, ma riassume l’esito della predicazione di Gesù che ha trovato poca accoglienza tra il popolo «eletto» (pochi perciò gli eletti) e larga risonanza tra i nuovi «chiamati» dal mondo pagano.
Sorry, the comment form is closed at this time.