12 Ott LA TENEREZZA: “FORZA DELL’AMORE UMILE”
Può essere un’immagine idilliaca, in cui rifugiarsi nostalgicamente nei momenti più bui? O una fiaba per bambini? Una fata morgana? No! È una realtà da costruire, riaprendo quei canali dimenticati di comunicazione, eliminando ciò che intralcia gli incontri, cercando la ricostruzione di quel tessuto sfilacciato, chiamato “relazionalità”: sullo sfondo la speranza di contemplare il convergere di individui in cammino, non più smarriti, come pecore senza pastore.
Lavorare per riparare, insegnare per restaurare, amare per educare: in qualunque caos gli individui si trovino, questo sarà il punto di partenza per ogni viaggio di “ritorno” verso la familiarità ricostruita, dopo la bufera scatenata da chi, inesperto, facendo leva sul silenzio di Dio, si è improvvisato “deus ex machina” della situazione. Qui, non poteva mancare l’appoggio di quella “dittatura”, creata da quanti, anagraficamente avvantaggiati, alzano la voce e “affiggono manifesti” alla ricerca di consensi. Ma coloro, preposti alla verifica, purtroppo, non appurano l’attendibilità delle informazioni, che, a volte, sconfinano nelle insinuazioni: una verità detta a metà non è una “mezza verità”, ma una menzogna! In questo contesto di “lacerazioni”, è un obbligo morale approfondire e ricercare, con un sano lavoro di discernimento, le motivazioni dei drammi, prodotti nella vita della gente, da chi è ammaliato dal mito dell’«io», in costante competizione e ostilità.
Il terrorismo verbale, tipico di un mondo apparentemente democratico, ha una propria logica, senz’altro terribile, con degli obiettivi da raggiungere: i conflitti, le crisi isteriche, le alleanze contro qualcuno, e non a favore dei valori, non sono né fortuite né gratuite. Tutto obbedisce a interessi di parte, più che a valori umanitari, tanto da intravvedere, tra le quinte, comportamenti miranti a forme di paurose restaurazioni, dove tornano in auge i “bocciati” di un passato, il cui ricordo è ancora vivo nella memoria. Nessuna giustificazione può coprire un atto di terrorismo verbale del Savonarola di turno (soggetti mentalmente disturbati), perché c’è una legge in natura: il mondo non si costruisce se non sulla tenerezza e questa, non solo espressa nel proprio clan, ma come bene relazionale sociale, riguardante tutti.
Con la tenerezza offerta, è possibile uscire da questo “corto circuito della paura” e creare una “casa”, quale luogo della reciprocità, in cui sentirsi sicuri anche al buio. Ma chi può garantire tutto questo, se anche l’autorità preposta è ideologicamente schierata?
Occorre rispolverare il rapporto di tenerezza. Questo problema non angoscia, perché non comporta ricerca di vantaggi e di supremazie. L’intenerimento è una forza del cuore: è il desiderio profondo di condividere i cammini. La tenerezza, quindi, irrompe quando la persona esce da sé e va, disarmata, verso l’altro: partecipa della sua esistenza, si lascia toccare dalla sua storia di vita. Questo indugiare nell’altro, non è in vista delle sensazioni che produce, ma è frutto di un amore semplice e di un apprezzamento per la sua vita e per la sua lotta. Dostoevskij parla di tenerezza quale “forza dell’amore umile”. In effetti, non è una virtù dei deboli, ma dei forti: amare è una scelta di campo; nel momento esatto in cui si sceglie di amare, ci si impegna ad aver cura dell’altro, sempre, e senza richiedere la sua resa incondizionata; diversamente, si fa fatica a contemplare la fortezza degli umili e l’umiltà dei forti.
Gianni Rodari affermava che occorre una grande fantasia per immaginare cose che non esistono ancora, per sognare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo. Albert Einstein, a tal proposito, scriveva: “Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose”. La crisi è la più grande benedizione per le persone, perché porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. Chi supera la crisi, supera se stesso… Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e i suoi disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni.
Prima che il baratro dell’abisso si apra sotto i nostri passi, la tenerezza, quale scelta relazionale profonda, spalanchi le strade per il passaggio dall’aggressività alla speranza! È qui che le ferite, prodotte dall’aggressività, di chi gioca a fare il profeta, si rimarginano e i vincoli infranti dal legalismo si saldano di nuovo: una simile pace implica una spiritualità che parla anche a chi non crede o a chi non sa di credere: “…se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).
La vera sfida auspicabile consiste nell’abbandonare i “savonaroli” di turno e di rito e ricercare qualche “anima pia”, che sia un “perdente” di professione, ma che insegni a ricercare, al di là del risultato, modi sempre meno banali, per abbracciare, in una graziosa e serena avventura, lo snodarsi della “tenera esistenza umana”.
Solo così si avvertirà il calore di una vita che chiede e invoca anche un tenero abbraccio, come quello della madre che fa appoggiare il capo del suo bimbo al seno, per accarezzarlo e coccolarlo. Infine, poi, per tornare a sorridere con la semplicità dei bambini, è da sconfiggere, soprattutto, la solitudine dei “non allineati”, perché, in tal modo, nella vecchiaia, i nostri occhi “di bambino” potranno dar luce al crepuscolo e al nuovo mattino!
a cura di Elia Ercolino
(cfr. Presenza Cristiana 5/2026)
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