05 Apr Proposta di omelia per la 2a Domenica di Pasqua (12 aprile 2026)
LA COMUNITÀ IDEALE
(At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31)
La Chiesa nasce dalla fede nel Cristo risorto. La comunità di vita dei discepoli con il Cristo storico (cfr. Mc 3,14) si era dissolta nell’urto con la passione (cfr. Mc 14,50). Ma dopo la catastrofe il gruppo dei credenti torna a trovarsi insieme e comincia a capire la passata esperienza. Le fasi e i tempi di questa “con versione” non sono registrati. Gli autori neotestamentari presentano la comunità ricostituita già all’indomani dell’esecuzione capitale, ma è una annotazione teologica più che una notizia.
La passione e la risurrezione sono momenti indissociabili dello stesso mistero. La tradizione evangelica non segnala né l’inizio, né il percorso ma il termine del cammino di fede che gli apostoli hanno compiuto per arrivare dall’esperienza dalla passione alla risurrezione. Il quadro di Gv 20 segna uno di questi momenti: la Chiesa apostolica va ricercando e ritrovando la sua identità dopo lo smarrimento del Golgota. L’incredulità sembra prevalere sulla fede, ma alla fine quest’ultima trionfa pienamente.
L’autore della 1Pt segnala egualmente la Chiesa quale avrebbe dovuto essere, più che quella che era dato a vedere nelle varie regioni dell’Asia (1,1).
Prima lettura: «Stavano insieme» (At 2,44)
La Chiesa di Luca è nata sotto il segno dell’unità, della concordia, della comunione, della condivisione, della pace. Sono già tremila persone (2,41) eppure si muovono tutte all’unisono. Le occupazioni sono molteplici, ma non si creano divisioni, non si rompe l’armonia. Dei quattro cardini che tengono salda la convivenza il primo è la consonanza con la dottrina (Didachè) degli apostoli. Essi sono la fonte diretta della fede, l’anello insostituibile per arrivare a Cristo, per rimanere uniti a lui (cfr. Lc 1,1-4). Dopo il recapito con Cristo quello con i fratelli che si attua attraverso le agapi, gli incontri di preghiera, le celebrazioni eucaristiche. Se la preghiera è probabilmente salmodica (partecipazione a quella che si svolgeva nel tempio) la frazione del pane si riferiva verosimilmente al rito eucaristico con cui si concludevano le refezioni comuni, per questo si tenevano nelle case private.
La nota più singolare della comunità gerosolimitana che all’autore preme segnalare è la condivisione dei beni. Probabilmente si tratta di una generalizzazione a scopo edificante. In concreto è ricordato solo il caso di Giuseppe e di Anania (4,36-5,11). Per Luca, l’evangelista dei poveri, la spoliazione è la prassi più rispondente all’ideale di una Chiesa chiamata a prendersi cura degli indigenti e a dare sempre meno spazio tra le sue file ai ricchi (cfr. Lc 6,20-26).
Seconda lettura «Mediante la risurrezione di Gesù Cristo» (1Pt 1,3)
La salvezza è un dono di Dio; bisogna sempre esserne grati a lui, ma passa attraverso Gesù Cristo e non la sua passione, ma la risurrezione. La morte anche in Gesù è un evento puntuale; la risurrezione continuativa. Se Gesù fosse solo morto gli uomini sarebbero ancora nei loro peccati, dichiara Paolo ai Corinti (1Cor 15,17). La morte è il prezzo della vita nuova ricevuta risorgendo. Ha avuto il coraggio di accettare tutti i rischi della sua missione, compresa la morte, per questo ha conseguito il premio della gloria. Poiché si è fatto obbediente fino alla morte, per questo Dio l’ha esaltato, si legge nell’inno cristologico di Fil 2,5-11. «Non doveva il Cristo patire e cosi entrare nella sua gloria?», ricorda il viandante ai discepoli di Emmaus (Lc 24,26).
Il Cristo risorto detta leggi al cristiano; segnala la destinazione nuova a cui egli è arrivato e che i suoi seguaci sono chiamati a ereditare. Ormai non ci sono più possibilità di smarrirsi, di perdersi: la strada è segnata troppo chiaramente e a garantire il cammino, oltre Gesù, vi è la stessa «potenza di Dio» che non può venir meno nei suoi propositi.
Gli ostacoli vengono dalla terra, ossia dalle persecuzioni, ma non valgono a fare ecclissare la mèta che si affaccia dal cielo, né a ritardare i propositi dei cristiani. La salvezza non ritarderà; è addirittura imminente una sua particolare manifestazione, occorre dare adito alla gioia, quella che viene dalla fede e che presto aprirà un accesso alla gloria. Il cristiano vive nel mondo presente, ma è già un personaggio, meglio un protagonista di quello futuro, come non può non essere pieno di esultanza?
Vangelo «Abbiamo visto il Signore» (Gv 20,25) vedi Lectio
La morte di Gesù è l’avvenimento che ha messo a dura prova la fede dei discepoli. La risurrezione che egli aveva loro annunziato come contropartita non era stata così evidente e convincente. È un fatto di fede più che di esperienza, ma è una fede che pian piano diventa granitica, inscalfibile. La comunità apostolica non dubita del Cristo risorto come non dubita del Cristo morto in croce. La ricostruzione evangelica pone sullo stesso piano la passione e la risurrezione, l’una segue l’altra senza soluzione di continuità, anche se tra i due momenti c’è un passaggio inverificabile, quello tra la storia e la metastoria, tra la terra e il cielo. Fino al Golgota gli apostoli sono spettatori oculari, da quel momento in poi sono solo credenti, se si vuole esemplari. Credono sulla parola di Gesù che ha valore permanente, oltre il tempo e la storia. È intorno ad essa che si raccolgono e tramite essa intorno alla passione del loro maestro.
Gesù è sempre presente in mezzo ai suoi; non è la loro fede che crea una tale presenza; essa la scopre, la segnala, la fa vivere. Ogni incontro comunitario è un incontro con Cristo tramite l’accoglienza fatta alla parola. I segni della presenza di Gesù e della comunione con lui sono la «pace» (cfr. 14,27; 16,33) e la «gioia» che nasce dal coinvolgimento nella vittoria di Cristo sulla morte (cfr. 16,20-22), ma soprattutto dall’azione dello Spirito Santo che si riversa costantemente su di loro e tramite essi sulla comunità degli uomini.
Lo Spirito Santo è la stessa carità di Dio. Gesù l’ha loro promesso durante la festa dei Tabernacoli (7,39) e ripetutamente «dopo» la cena (capp. 14-16). Gli apostoli sono insieme pieni di gioia perché l’amore di Dio li pervade e dove c’è amore non c’è odio, perciò neanche il peccato, il turbamento, l’inquietudine. Le tenebre compaiono quando si ritira la luce, allo stesso modo il peccato entra in scena quando scompare la benevolenza tra gli uomini e questa cessa perché hanno rifiutato l’amore di Dio.
La comunità dei discepoli di Cristo è chiamata ad essere «la luce del momento», «il sale della terra» (Mt 5,17-14), ma per il quarto evangelista è il riflesso dell’amore di Dio e dove essa passa si fa presente, retrocede il regno del male e gli uomini imparano come liberarsi dal peccato. Non ci sono condoni automatici, ma testimonianze contagiose che occorre avere il coraggio di accettare, altrimenti si rimane come si era.
La comunità continua la testimonianza di Cristo e come intorno al maestro intorno ad essa gli uomini si dividono in due atteggiamenti: di accoglienza e di ripulsa, di vita o di morte, di liberazione dal male o di nuova colpevolezza.
La comunità di Cristo vive sotto i più fausti auspici, ma non è priva di prove. Non a caso l’evangelista segnala lo smarrimento di Tommaso, colui che aveva dichiarata la sua prontezza a morire con il Signore (11,16). La sua «colpa» è di essersi trovato fuori della comunità (v.24) e di pretendere una garanzia personale della fede sul risorto ovvero della presenza di Cristo nella storia.
La Chiesa (di Giovanni) non ha impatto con il mondo (degli uomini perversi), per questo i discepoli si tengono in un luogo appartato, non più per paura (v.19) ma per sottolineare la loro intimità con Cristo. Gesù si manifesta di nuovo alla comunità non al discepolo protestatario. Solo in un secondo tempo («poi»), quindi per benigna concessione verso coloro che avranno difficoltà a credere («affinché nessuno si perda»: 17,12) ripropone una breve catechesi sul legame inscindibile tra il Cristo del Golgota e il «Signore» della risurrezione. I fori delle mani (indizi sicuri della sua morte) erano anche le prove inconfondibili del suo amore, la trafittura del costato richiamava la promessa effusione del suo Spirito (7,39). La realtà di quello che avevano visto era la garanzia di quanto era stato solo annunziato. Si trattava di saper cogliere il nesso e di riuscire a credere.
La confessione di Tommaso, come quella della Chiesa apostolica, è piena e totale. Gesù è il Signore. Il servo finito in croce è assiso attualmente su un trono di gloria, accanto al Padre (20,17) dal quale riceve «potere, onore, regno» (Dn 7,14) e identità di vita. «Salgo al Padre mio e al padre vostro» (20,17).
La Chiesa ha accettato questa dichiarazione e per bocca di Tommaso la fa propria. È in Gesù che Dio ha fatto la sua manifestazione in mezzo agli uomini (incarnazione). Tutto quello che di lui poteva essere realizzato nella storia si è attuato in Gesù di Nazaret, per questo egli è il sacramento di Dio in mezzo agli uomini ossia la via ufficiale dell’incontro con lui. È lo stesso loro Dio.
Conclusione
La crisi di Tommaso è quella che il credente più frequentemente rivive, ma essa è superata solo in un riavvicinamento con i fratelli (comunità) e con il Cristo. Si tratta di ravvivare la propria fede («non essere increduli»), ma più ancora la carità. Occorre sentire Gesù vicino, come un proprio interlocutore, amico, confidente («mio Signore») e aprire il cuore al suo Spirito che è solo Spirito di amore. Le crisi non si possono risolvere con una fuga, ma con un rientro, franco e coraggioso, tra i discepoli di Gesù.
Sorry, the comment form is closed at this time.