Proposta di omelia per la Domenica della Corpus Domini – anno A – (07 giugno 2026)

Proposta di omelia per la Domenica della Corpus Domini – anno A – (07 giugno 2026)

SS. Corpo e Sangue di Cristo

MEMORIALE DI AMORE

(Es 34,4-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18)

La cena cristiana si colloca sulla linea della pasqua giudaica: perpetua nel tempo, fino alla venuta del Signore, la carità di Cristo verso gli uo­mini. Israele si raccoglieva per celebrare la liberazione dalla schiavitù egiziana, il popolo cristiano si ri­trova insieme per commemorare la vit­toria del Salvatore sulla morte. La liberazione mosaica era solo iniziale; quella vera, definitiva è apportata unicamente da Cristo.

La cena è innanzitutto segno di comunione, di convivialità, di amicizia; sedersi alla stessa mensa, prendere gli stessi cibi, partecipare ai medesimi discorsi presuppone una capacità di accoglienza, di disponibilità, di reciproco amore. L’a­gape è sempre una provocazione al bene, alla carità, alla speranza della beata eternità (cfr. Lc 22,17-18). Non ci si può sede­re alla mensa del Signore con animo egoistico, dimenti­chi dei fratelli bisognosi del nostro amore e del nostro aiuto, perché si reca ingiuria a Cristo, che per loro è morto. Ci si fregia di un titolo, si segnala un atteggiamento, quello del commen­sale di Gesù e non si ha il suo animo, non si hanno le sue disposizioni, la sua bontà. L’atteggiamento egoistico escludeva i Corinti dalla cena del Signore trasferendoli a un banchetto qualsiasi; la stessa cosa può ripetersi con i cristiani. Non basta avere le idee esatte su ciò che si sta operando sull’altare per essere degni di accostarsi ad esso, occorre arrivare al grado di amore di cui Gesù ha dato prova nella sua esistenza e ha racchiuso ritualmente nei due gesti. Gesù non ha spezza­to il pane quanto la vita per gli uomini e la stessa cosa attende da coloro che si siedono alla sua mensa, si cibano del suo corpo e si nutrono del suo sangue.

L’eucarestia non fa il miracolo che l’uomo attende se questi non ha infranto gli idoli dal suo cuore, non ha fatto spazio alla carità di Dio testimoniata da Gesù Cristo. Il corpo del Signore nutre il credente, ma quando è già pieno della sua ca­rità. Occorre sedersi a tavola insieme, amarsi come Gesù ha amato, allora si può essere sicuri che egli si ritrovi in mezzo ai suoi.

Prima lettura: «Ti ha nutrito di manna» (Dt 8,3)

L’esodo è il grande evento della storia israelitica: tempo di prove, di sofferenze, ma anche di speranza. Il popolo sopporta la sete, la fame, la solitudine e i pericoli del deserto ma il Signore è a suo fianco pronto a far sgorgare l’acqua dalla roccia (Es 17,6), a far piovere la manna dal cielo (Es 16,4), a rendere innocuo il morso dei serpenti (Nm 21,9).

Le vicende umane non hanno sempre queste agevolazioni, forse non le ha avute neanche quella israelitica, ma l’autore sacro vi fa ricorso egualmente per sottolineare l’incidenza divina nella storia della salvezza. Israele ha le sue vicissitudini temporali alla stre­gua degli altri popoli ma è portatore di un messaggio che lo distingue da tutti. Gli interventi miracolosi sul piano storico sono for­se relativi, più funzionali che reali. Chi riascolta o legge deve imparare a conoscere la missione d’Israele e a rendersene convinto. Il portentoso che si intreccia nella storia sacra è soprattutto un segno del mistero che la pervade. In questo senso la manna, un prodotto naturale, è detta calata dal cielo, perché ricorda la sopravvivenza (miracolosa) d’Israele in un luogo privo di vegetazione (Ger 2,3).

Seconda lettura «Il calice che noi benediciamo» (1Cor 10,16)

La Lettera ai Corinti è tra le prime e più antiche testimonianze cristiane. La comunità tiene le sue assemblee, celebra i suoi riti, l’agape e l’eucarestia. Forse è composta prevalentemente di pagani convertiti, non pienamente convinti del passo compiuto, se continuano, magari, saltuariamente a prender parte ai banchetti sacrificali idolatrici. Siedono a mensa, mangiano carni immo­late nell’intento di entrare in comunione con una presunta divinità e non pensano all’affronto che recano a Cristo con il quale realizzano una vera comunione, quando si accostano al calice su cui è stata pronunciata la formula di benedizione e quando si cibano del pane che è stato spezzato in memoria di quanto egli ha fatto nel banchetto di addio dai suoi (Le 22,19-20).

Lo scopo della cena è quello di ricordare ai suoi commensali il comune punto di riferimento (l’unico pane) e il loro dovere di reci­proca intesa. L’unità dei cristiani è ciò che è stato sempre a cuore all’apostolo (1,13). La cena provoca la comunione con Cristo e con quanti vi partecipano, ma perché questa si realizzi veramente occorre che i fedeli attuino nella vita quello che esprimono nei simboli.

Vangelo «Io sono il pane vivo» (Gv 6,51) vedi Lectio

Il discorso sul pane della vita segue il miracolo della moltiplicazione dei pani (6,1-13). Gli avversari contrappongono al prov­vedimento di Gesù quello analogo operato da Mosè, sottolineando la superiorità dell’uno (della manna caduta dal cielo) sull’altro (la provvista di un comune pane). Gesù smentisce la premessa dell’argomentazione. La manna non è stato un vero alimento perché quelli che se ne sono nutriti sono egualmente morti, non hanno conseguito perciò la vera vita che per sua na­tura deve essere inammissibile, eterna. Questa può accordarla solo Gesù, «pane vivo», veramente «disceso dal cielo» (v. 51). Il ri­chiamo al prologo è evidente. Gesù è la tenda di Dio in mezzo agli uomini, il luogo privilegiato in cui essi possono accedere alle ricchezze paterne: «grazia su grazia» (1,14-16). Egli ha concluso la sua esperienza terrestre offrendo la sua vita per loro, per liberarli dal peccato, quindi per accordare ad essi un’esistenza vicino a Dio, felice, beata, interminabile.

Gesù è un profeta ma anche il figlio di Dio; nelle sue parole e nella sua persona il divino passa nella storia e raggiunge tutti gli uomini che aderiscono a lui. Non si tratta solo di mangiare un pane, quanto di comunicare con una persona, di capire e di accet­tare il senso della sua morte (separazione del suo corpo dal suo sangue). Nel banchetto pasquale i partecipanti si cibavano delle «carni» dell’agnello il cui sangue li aveva risparmiati dalla morte al passaggio dell’angelo sterminatore, ma il vero agnello il cui sangue libera per sempre l’umanità (il mondo) dai peccati e conferisce una vita di per sé immortale è solo Gesù Cristo.

La morte di Cristo ha cancellato le ombre e ha attuato disegni antichi. Il cristiano è esortato a far propria fino ad assimilarla l’espe­rienza di Gesù e ad allinearsi con il programma, la missione che egli ha portato avanti nella sua vita: liberare gli uomini dal terrore dei propri simili e dello stesso Dio. Il «mangiare la carne» non è evidentemente un discorso di antropofagia ma di fede. Si tratta di accettare Cristo e l’orientazione che egli ha dato alla sua vita cercando di farla propria. In questa maniera gli ideali di Cristo, ma più ancora la comunione che egli ha con il Padre si estende anche ai suoi seguaci; la vita che egli riceve da lui diventa anche la loro.

Non c’è altra via per raggiungere il Padre se non attraverso il figlio e non c’è altra vita da vivere se non quella che egli comunica. La manna era un simbolo che non ha alimentato la vita di nessuno; ha solo aperto gli animi al miracolo dei tempi ultimi.

Conclusione

L’eucarestia è il memoriale del Signore, della sua morte accettata per il bene di tutti. Un ricordo vero perché Gesù realmente ha compiuto quanto annunzia attraverso i segni, ha realmente spezzato la sua vita e versato il suo sangue. I cristiani sono anch’essi invitati a riprendere e a ripetere concretamente l’opera di Cristo prima di celebrarla o per celebrarla efficacemente nei riti.

I riti da soli non cambiano la storia, né i comportamenti degli uomini.

 

Nessun Commento

Sorry, the comment form is closed at this time.